La nuova Weimar alla vigilia dell’hard Brexit

Avete smaltito le sbornie di Capodanno e Natale? Bene, preparatevi allora ad un 2020 che si annuncia ricco di sorprese ma anche di tragedie, queste ultime tuttavia non affatto impreviste. L’anno appena iniziato sarà molto più duro per la Germania rispetto al 2019, che già aveva fatto intravedere i primi segnali di una grave recessione economica che travolgerà tutti i Paesi dell’Unione Europea, Francia ed Italia in primis. In data 9 ottobre 2019 avevo dato conto, con dati e fonti ufficiali alla mano, di come l’industria automobilistica tedesca, con relativo export ad essa connesso, si trovi in una profonda crisi di innovazione ed occupazione. Qualche ora fa perfino un organo ormai mainstream come il Fatto Quotidiano ha mangiato la foglia, riportando come durante il 2019 la vendita di automobili tedesche in giro per il mondo abbia fatto registrare il livello più basso dal lontano 1996. Nello specifico i veicoli made in Germany prodotto l’anno scorso sono stati 4,66 milioni, con un calo del 9% rispetto al 2018. Invece le auto esportate al resto del mondo sono state 3,5 milioni con una flessione del 13% rispetto all’anno prima. Conseguenza di questo crollo, già descritto nei dettagli dal sottoscritto in alcuni articoli apparsi su questo blog l’anno scorso ed anche nel 2018, è il probabile licenziamento di almeno 800mila lavoratori del settore automobilistico, senza contare le inevitabili ricadute sull’indotto. Addirittura il giornale di Gomez e Travaglio in questo striminzito articolo online ci comunica che la Continental ridurrà gli ordini. Ma dai? Non è che avevano letto il mio articolo di ottobre?

Il Fatto, quotidiano progressista nonché strenuo difensore del governo europeista di Giuseppi Conte, sembra però non notare il brontosauro nel bagno. A suo dire, si tratta di una crisi globale che sta interessando l’intera industria automobilistica mondiale, non solo quella tedesca, senza contare l’onnipresente crisi climatica che starebbe influenzando anche le scelte dei consumatori. In verità il vero responsabile della nuova Weimar 2.0 è la Brexit. Il timore di non veder esportate le loro auto, ha indotto a maggior prudenza i management delle 5 sorelle tedesche, come la BMW e la Volkswagen, i quali, ben consapevoli dell’inevitabilità dell’uscita del Regno Unito, sanno anche bene come i dazi commerciali e le quote prefissate, che verranno imposte da Londra, saranno un duro colpo per le loro esportazioni. Ma l’aspetto più divertente, anche se tragico per milioni di lavoratori, è che il peggio deve ancora venire, sapete. Il 12 dicembre il Regno Unito ha praticamente votato per la seconda volta a favore della Brexit, dando un’ampia fiducia al premier conservatore Boris Johnson, fautore dell’uscita. Una settimana dopo, il 20 dicembre, la Camera dei Comuni ha ratificato a larga maggioranza l’accordo sul recesso tra il Regno Unito e l’Unione Europea, ottenuto in novembre dallo stesso Johnson. Per poter ufficializzare l’uscita di Londra dall’Europa, mancano solo l’approvazione della Camera dei Lords ed un secondo voto presso la Camera dei Comuni, oltre che la ratifica da parte del Parlamento Europeo. I consensi sono scontati ed il 31 gennaio di quest’anno il Regno Unito sarà il primo, e probabilmente non l’ultimo, Paese ad uscire dall’Unione Europea.

Tuttavia all’indomani di questa storica data si aprirà un periodo transitorio che durerà fino al 31 dicembre 2020, nel quale il Regno Unito sarà tenuto per legge a rispettare tutte le leggi europee, comprese le sentenze della Corte Europea di Giustizia, oltre che a far ancora parte del Mercato Unico Europeo. Nei prossimi mesi verranno però avviate le trattative, ulteriori ed estenuanti, tra le istituzioni europee ed il governo britannico sui futuri rapporti commerciali tra Londra e l’Unione Europea tutta. Questo sarà il periodo più drammatico per la Germania per il semplice motivo che il governo conservatore britannico, guidato saldamente da Boris Johnson, non ha nessuna intenzione di trovare un accordo commerciale condiviso con l’Europa. Primo perché i tempi sono troppo ristretti per regolare una quantità impressionante di materie, dalla pesca alla sanità passando per il fondamentale export, che richiederebbe dei negoziati tali da durare anni. Secondo perché lo scopo principale della Brexit, partorita nell’ormai lontano 2016, è quello di assestare un decisivo colpo all’economia tedesca, che negli ultimi 10 anni troppo si è sviluppata col proprio abnorme (ed illegale) export, favorito a sua volta da un Euro artificialmente svalutato per la sua economia. Tradotto: nonostante i negoziati bilaterali previsti per quest’anno, non verrà trovato accordo alcuno e pertanto la strada per le tariffe doganali e le quote reciproche è spianata. Per chiarezza specifichiamo che le tariffe sono delle tasse da applicare ai beni importati, mentre le quote dei limiti alla quantità di beni da importare dall’estero. Il Regno Unito nel frattempo avrà il vantaggio di negoziare liberamente accordi commerciali bilaterali con gli USA e l’Australia per esempio, ma in generale con il resto del mondo, mentre ogni singolo Paese appartenente alla UE non lo potrà fare senza prima chiedere il cortese permesso alla Commissione Europea di stanza a Bruxelles. In secondo luogo l’inevitabile svalutazione della sterlina, che per molti soloni economici nostrani dovrebbe rappresentare una catastrofe senza precedenti per l’economia britannica, sarà invece un vero toccasana per le proprie esportazioni, senza dimenticare che i prezzi delle case in UK potrebbero calare drasticamente, mettendo finalmente la parola fine ad una bolla immobiliare che sta durando da troppi anni. Inoltre i britannici posseggono quello che viene considerato uno dei migliori petroli sottomarini al mondo, quello del Brent, mentre la Germania, a parte il carbone, deve importare petrolio e gas dall’estero, mentre in maniera del tutto irrazionale dal 2011 ha rinunciato alla preziosa (e pulita) energia nucleare.

Infine, secondo gli stessi dettami tecnici regolati dall’accordo di uscita trovato a novembre, il Regno Unito e l’Unione Europea hanno tempo fino al 1 luglio di quest’anno per trovare un accordo commerciale condiviso. Qualora ciò non avvenga, ipotesi alquanto probabile visti i tempi ristretti, il Paese recedente, ovvero il Regno Unito, ha il diritto di richiedere una proroga nelle negoziazioni di almeno 1 anno, se non addirittura 2. In caso di mancata richiesta, il 31 dicembre in ogni caso il Regno Unito uscirà definitivamente dal Mercato Unico Europeo, dando il via libera ai dazi contro la Germania, pardon contro l’Europa, e regolando tutti i suoi scambi secondo i dettami dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Il problema per Berlino, del tutto ignorato dai media italiani, è che il premier Boris Johnson ha già dichiarato di non voler richiedere alcuna proroga per il 1 luglio; inoltre egli dispone di un’ampia maggioranza parlamentare, il che gli consentirà senza alcun problema di far approvare una mozione che vieti per legge qualsiasi tipo di proroga delle negoziazioni successive al 1 luglio di quest’anno. Morale della favola: l’hard Brexit, tanto temuta e che sembrava scongiurata grazie all’accordo condiviso sulla Brexit tra Londra e Bruxelles, rientra nella finestra proprio nel settore, quello commerciale e dell’export, che fa più male alla Germania. Tra l’altro questo è anche uno dei motivi per i quali alle recenti elezioni britanniche il brexiteer duro e puro Nigel Farage aveva deciso di rinunciare a far correre i candidati del proprio partito, il Brexit Party appunto, in diversi collegi elettorali, al fine di favorire la vittoria del partito conservatore di Boris Johnson. Proprio perché, durante probabili colloqui riservati tra i due, gli era stato assicurato che l’hard Brexit commerciale ci sarebbe comunque stata. La stessa Presidente della Commissione Europea, la tedesca fedelissima della Merkel Ursula von der Leyen ha già implorato (in dicembre) il governo britannico di concedere una proroga, perché i tempi per un accordo saranno troppo ristretti. A questo punto il lettore dovrebbe già sapere i contenuti della risposta proveniente da Downing Street 10.

Per concludere: la Germania del quarto governo Merkel, che nel 2019 ha evitato per un soffio la recessione ma che comunque è risultata il penultimo Paese in termini di crescita nella UE, dovrà affrontare la decisiva guerra commerciale a base di dazi e quote da parte della seconda potenza anglosassone mondiale. La prima, gli Stati Uniti dell’odiato Donald Trump, il quale con tutta probabilità vincerà le elezioni nel novembre di quest’anno, seguirà a ruota, anzi dirigerà l’intera operazione. Il risultato ovvio sarà un crollo dell’export tedesco, non solamente quello legato al settore automobilistico, e dei licenziamenti di massa nell’ordine di milioni di lavoratori. Questi ultimi non si situano nelle “povere” regioni orientali ex DDR, bensì in quelle “ricche” ed industriali dell’Ovest, come per esempio il Nordrhein – Westfalien. Queste regioni sono ormai l’unico baluardo elettorale rimasto alla SPD, il più antico partito socialdemocratico ancora esistente al mondo, che alle prossime elezioni generali tedesche scenderà sotto il 10%. Sarà divertente notare lo sdegno dei soliti “intellettuali” di sinistra di fronte all’ascesa dell’Afd, a quel punto terzo partito tedesco dietro la CDU ed i Verdi, anche ad Ovest. Che altro dire? Ah sì, che il crollo degli ordinativi da parte delle industrie tedesche comporterà una gravissima crisi economica nel Nord Italia, totalmente dipendente dal punto di vista economico dalle altalenanti sorti della Germania. La linea della palma, ben descritta dallo scrittore siciliano Leonardo Sciascia negli anni ’80, col suo cocktail di disoccupazione cronica e mancanze di prospettive oltrepasserà la Linea Gotica sugli Appennini, sfondando in Pianura Padana.

Ad ogni modo mi pare che in Italia si parli più di polemiche da Sanremo che di altro, ergo mi fermo qui.

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2 commenti su “La nuova Weimar alla vigilia dell’hard Brexit

  1. deutschevita il said:

    In andropausa. E’ passata l’epoca dei bollenti spiriti. In ogni caso sto lavorando a 2 libri, uno già scritto con un mio amico e l’altro da solo e in dirittura d’arrivo. Vi terrò aggiornati nelle prossime settimane.

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