Ancora Brexit 1/6 – Le premesse generali

Tratto da Wikipedia EN (Voce “Anglosphere”

Il 23 giugno 2016 può essere considerata a buon ragione come una di quelle date che cambiano il corso della storia. Nei futuri libri scolastici essa verrà  descritta come uno spartiacque, a seguito del quale i rapporti di forza geopolitici fino a quel momento in vigore non sarebbero stati mai più gli stessi. E’ una di quelle giornate particolari, che chiunque l’abbia vissuta se la sarebbe ricordata negli anni a venire. Come per esempio l’11 settembre: una persona ipnotizzata dalle immagini degli aerei che si dirigono verso le twin towers, se le porterà dietro per molto tempo e magari si ricorderà  dove e con chi si trovava mentre guardava in diretta i crolli delle due torri gemelle e le conseguenti scene di panico con le persone sottostanti. Oppure chi oramai trent’anni fa si fosse trovato a Berlino nella notte tra il 9 ed il 10 novembre 1989, difficilmente potrebbe dimenticare le proprie sensazioni nel vedere il Muro venire smantellato sotto i propri occhi.

Stiamo di sicuro calcando la mano ed esagerando ma al tempo stesso non dubitiamo che un evento politico come la Brexit possa avere delle conseguenze decisive per il futuro dell’Europa per i prossimi anni. In quel fatidico 23 giugno di 2 anni e mezzo fa la maggior parte degli elettori britannici, circa il 51,8 % per essere precisi, aveva optato per l’uscita del loro paese dall’Unione Europea. Ad aver dato un contributo decisivo per il recesso unilaterale della seconda economia europea dal nostro ora come non mai Vecchio Continente erano stati soprattutto gli elettori inglesi e gallesi, maggiormente euroscettici, mentre gli scozzesi col 60% di remainers avevano inutilmente sperato di continuare ad unire i loro destini a quelli delle altre nazioni europee. Anche in Irlanda del Nord la maggior parte degli elettori aveva votato a maggioranza per rimanere dentro le istituzioni di Bruxelles ma, come analizzeremo in un successivo articolo, si era riscontrata una frattura religiosa che si era sovrapposta ai sentimenti di unione o meno con il resto d’Irlanda.

Da quel momento in poi non è passato quasi giorno senza che l’unanimità della stampa mainstream, non importa se di destra o sinistra, in Europa bollasse i fautori della Brexit con i più svariati epiteti offensivi: egoisti, fascisti, razzisti, colonialisti, nostalgici del vecchio British Empire, vecchi scemi, ignoranti, contadini, provinciali, ingrati, pazzi, irresponsabili, pagliacci, per citare solo alcuni tra quelli più gettonati. All’indomani del voto britannico Roberto Saviano aveva perfino paragonato i leavers alla stregua delle folle inneggianti a Hitler e Mussolini durante gli anni ’30. In un blog quale questo, che si occupa prevalentemente di Germania nelle parole scritte di chi in questo paese ci vive da anni, non è mancata l’analisi di una stampa locale che all’unisono si è schierata contro la decisione britannica di lasciare l’Unione Europea.

Peccato che dopo quasi 3 anni dagli eventi pochi giornalisti tedeschi abbiano avuto l’onestà intellettuale di far notare come uno dei protagonisti della Brexit, il cosiddetto populista Farage, sia stato da sempre un feroce critico della politica migratoria del governo Merkel, senza contare le sue continue je accuse alla gestione della crisi greca (e non solo) da parte dell’establishment tedesco. E’ stata persa insomma una buona occasione per fare una sincera autocritica sul modo unilaterale di governare, o per meglio dire di amministrare, le istituzioni europee da parte del paese più popoloso e ricco in questo momento in Europa. Nemmeno un accenno allo sbigottimento di milioni di cittadini britannici di fronte all’apertura dei confini tedeschi operata dalla Signora Merkel nell’estate del 2015 senza essersi consultata minimamente con gli altri partner europei, all’indomani della resa incondizionata della Grecia di Tsipras, apertura unilaterale che ha permesso ad un milione di migranti di entrare nel “paese più stabile d’Europa”.

Molti di quei cittadini britannici sbigottiti dall’ennesimo unilateralismo, ma anche dall’impreparazione del governo tedesco nel gestire un fenomeno migratorio così complesso ed imponente, avrebbero ingrossato nemmeno un anno dopo le fila dei sostenitori della Brexit. Peccato che questo sia vietato – verboten – scrivere nella libera stampa germanica. Purtroppo essa, ma non solo, non ha fatto altro che denigrare la libera e democratica decisione della popolazione britannica tramite regolare referendum di esercitare il diritto di recesso dalla UE, opzione sancita per iscritto dallo stesso Trattato di Lisbona al suo articolo 50. Si sarebbe perlomeno potuto e dovuto far notare come ancora l’odierno presidente della Commissione Europea, il lussemburghese Juncker spesso ubriaco anche durante eventi istituzionali e già protagonista di scandali giudiziari nel suo paese natio, sia stato fortemente voluto dalla Germania per la guida del suddetto organo esecutivo nel 2014, a seguito delle elezioni europee.

Quindi la Brexit non è stata altro che una conseguenza imprevista della politica migratoria di accoglienza da parte della Germania? Assolutamente no, per citare Andreotti potremmo dire che la situazione era più complessa. Per chi segue da almeno un anno questo spazio virtuale, si sarà reso conto come un leit motiv degli ultimi mesi sia stato quello della Germania sotto assedio“, o se vogliamo del paese cosiddetta “locomotiva d’Europa” che soffre di una grave “sindrome d’accerchiamento“. Da una parte all’est i rapporti politici con la Russia di Putin sono stati gravemente compromessi a partire da quando la Cancelliera Merkel ha fatto propria la narrativa americana sui controversi ed ancora oggi poco chiari fatti di Ucraina e Crimea, accettando in toto il punta di vista americano ed imponendo per tutta l’Europa le sanzioni economiche contro la Russia su ordine dell’allora presidente americano Obama. Sempre osservando la situazione geopolitica in Europa centrorientale, si è rafforzato il cosiddetto “Club di Visegrad“, nato sull’ondata di dissenso di alcuni paesi dell’Europa mitteleuropea per come il governo tedesco aveva gestito in maniera del tutto unilaterale la crisi migratoria nell’estate del 2015. Di questo club fanno parte la Polonia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, l’Ungheria e da poco si è aggiunta, seppur in maniera informale, l’Austria. Tutti questi paesi centrorientali sono governati da partiti populisti di destra, chi più chi meno euroscettico, di sicuro non filo-tedeschi in fatto di politiche migratorie.

Ad ovest invece l’ennesimo presidente francese in grave crisi di popolarità  interna sta cercando di far unire le sorti del proprio paese, un tempo forte economicamente, a quello dell’ingombrante vicino tedesco. Deflazione interna, congelamento dei salari, riforme del mercato del lavoro di stampo neoliberistico, disoccupazione giovanile salita alle stelle, deindustrializzazione, oltre che uno stato di polizia che cerca di controllare le periferie in subbuglio e di prevenire ulteriori attacchi terroristici di stampo islamico non sono tuttavia finora bastati al Presidente, rigorosamente europeista e progressista secondo i canoni della stampa mainstream, Macron a salvare la Francia dal declino. La sua politica di accettazione delle politiche dei “compiti a casa” e dell’austerity hanno scatenato la protesta dei gilet gialli, francesi del ceto medio impoverito, che da almeno 10 settimane stanno scendendo in piazza ogni sabato e domenica nelle maggiori città francesi a manifestare il loro dissenso. L’alleanza con la Germania del quarto governo Merkel potrebbe ricordare in un certo senso il traballante asse Mussolini-Hitler, nel senso che come l’Italia fascista degli anni ’40 la Francia europeista dei giorni odierni si trova in una posizione di sempre maggiore subalternità nei confronti dell’alleato, in verità comandante cui obbedire, tedesco. Da ultimo basti ricordare l’ennesima umiliazione francese, questa volta militare, con Macron che ha recentemente firmato il trattato bilaterale di amicizia con il vicino germanico, che con tutta probabilità consentirà a quest’ultimo di usufruire dell’arsenale atomico francese ed addirittura di godere di un proprio seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, con relativo potere di veto, spacciandolo come “seggio europeo“. Avremo modo di parlarne approfonditamente nei prossimi articoli, garantito.

Se a questo aggiungiamo un Sud Europa costantemente sull’orlo della definitiva implosione, con le banche italiane sempre più in affanno ed una Grecia congelata nella sua depressione, allora capiamo come la situazione per una Germania, che sta dominando sulle macerie che la sua classe politica ha contribuito a creare, è alquanto critica. Già l’anno scorso avevamo tuttavia affermato come a tentare di dare la spallata definitiva al predominio economico di un paese, risultato l’unico vincitore del progetto di integrazione europea, non saranno i vari soggetti appena abbozzati sopra, bensì le due classiche potenze marittime anglosassoni: gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. I primi, tramite l’elezione di un presunto outsider in verità da trent’anni intortato nel mondo della finanza (con affari immobiliari finanziati anche dalla Deutsche Bank), hanno voluto lanciare un chiaro messaggio al quarto governo Merkel. L’insperato successo del “populista” di origini germaniche Donald Trump, tra l’altro pochi mesi dopo il referendum sulla Brexit, è stato il secondo scricchiolio per la classe dirigente tedesca. I suoi continui attacchi all’export tedesco, al fatto che secondo lui sulle strade americane circolassero troppe Mercedes, e le sue reiterate proposte di adottare dei dazi, anche fino al 20%, sull’import di automobili tedesche dalla Germania agli USA, non stanno facendo dormire sogni tranquilli alla Merkel. Non c’è perciò da sorprendersi come negli ultimi due anni tutta, senza eccezioni, la stampa mainstream tedesca si sia scagliata come un sol uomo contro l’odiato Donald, colpevole solo di rappresentare le istanze economiche di una parte delle èlite americane desiderose di mettere un taglio all’export record di un paese – è bene ricordarlo – che ha perso due guerre mondiali e che dal ’45 è posto sotto occupazione militare americana.

Dall’altro lato della Manica, senza quindi andare troppo lontani, la seconda potenza anglosassone ha deciso di contribuire allo smantellamento del progetto di unificazione europea, in realtà sempre più desiderio di egemonia germanica sull’Europa continentale. La memoria storica degli europei è alquanto corta e non ci aiuta a valutare la Brexit in maniera oggettiva; poche persone, se si escludono gli appassionati di storia, potrebbero per esempio sapere che il primo Congresso d’Europa, nel quale si discusse per la prima volta di un’unione tra le diverse nazioni europee su base federalista, venne proclamato nel 1948 all’Aja in Olanda sotto impulso decisivo degli inglesi. A presiederlo fu un certo Winston Churchill, rappresentante della Gran Bretagna fresca (co)vincitrice della seconda guerra mondiale anche se molto indebolita economicamente. Al Congresso d’Europa fu quindi folta la presenza di delegati britannici, che si adoperarono inutilmente per un vero Parlamento europeo dei popoli a carattere democratico. A prevalere furono invece le istanze maggiormente tecnocratiche, tanto che il Parlamento europeo sarebbe stato istituito appena negli anni ’80. Vinse “l’Europa dei piccoli passi“, propugnata dal Ministro degli Esteri francese Schuman. Fu comunque interesse del Regno Unito fin dagli anni ’40 di creare uno spazio europeo unito sia per controllare meglio la zona occidentale sia anche, e soprattutto, per permettere al suo protettore americano di esportare i propri beni verso un mercato comune creato ad hoc tramite pesanti sovvenzioni statali e la letterale invasione di miliardi di dollari, necessari per sostenere il cronico deficit (ora parola proibita) americano. Quello che insomma sarebbe avvenuto qualche anno dopo col Piano Marshall. L’abbandono sempre più probabile del Regno Unito, oltre ad essere un duro colpo per le istanze europeiste, rappresenta anche un definitivo colpo di spugna da parte inglese su un’Unione Europea che, lungi dall’essere lo spazio economico più ricco al mondo, si sta avvitando sempre di più su sè stessa a causa della spirale deflazionistica e di austerità.

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