Ancora Brexit 4/6 – La perfida Albione guarda all’Asia

Alziamo però lo sguardo, almeno proviamoci, dal Regno Unito, dalla Germania oggetto di questo blog e più in generale dalla stessa Europa. In un paese capitale della finanza internazionale, e secondo alcuni anche della massoneria moderna con i reami britannici al suo comando, sembra perlomeno inverosimile che un processo di secessione esplosiva come la Brexit non abbia ricevuto il via libera dall’alto. Certo, nel referendum del 2016 la City di Londra si era schierata in maniera schiacciante contro l’abbandono della UE, andando controcorrente rispetto al resto dell’Inghilterra, mentre i principali media mainstream come per esempio la BBC e l’Economist avevano tentato in tutti i modi di screditare le istanze dei leavers. A nemmeno una settimana dal giorno del voto si era perfino verificato un eccellente delitto politico: il solito esagitato, ovviamente nazionalista britannico e razzista (e bianco), aveva ucciso la giovane deputata laburista Jo Cox, femminista ed europeista, dando il là ad una campagna stampa diffamatoria verso tutto il movimento contrario alla permanenza nell’Unione Europea, bollando i loro artefici come i mandanti morali dell’omicidio. Non è servito a niente. Ancora oggi quel che rimane dell’opposizione laburista alla Camera dei Comuni, capitanata dal controverso Corbin, si è spinta a chiedere al massimo delle nuove elezioni, senza tuttavia esigere un secondo referendum dove i remainers vincerebbero a man bassa. Cosa vogliamo dire con tutto ciò?

Forse la Brexit, lungi dall’essere un processo popolare di contestazione da parte di quella stessa popolazione impoverita da decenni di globalizzazione imposta dalle èlite, è in realtà un mero processo di lotta di potere calato dall’alto. Una parte delle classi dirigenti ed economiche britanniche ha compreso bene, non da ieri, come l’Unione Europa, in special modo l’Eurozona, non sia più un mercato appetibile per speculare ed arricchirsi. Inoltre le politiche di deflazione ed austerity volute fortemente dai paesi del Nord Europa, guidati dai diversi governi Merkel da Berlino, hanno impoverito non solo le popolazioni del Sud ma anche le loro stesse economie. La stessa fantomatica locomotiva d’Europa, la Germania, ha al suo interno 8 milioni di mini-jobbers che guadagnano 450 Euro al mese, i ghetti urbani composti dai turchi e dalle altre comunità musulmane al primo segnale di recessione economia scoppieranno, le infrastrutture languono in uno stato impietoso con la propria capitale Berlino che non riesce nemmeno ad ampliare il suo aeroporto dal 2006, senza contare la principale banca del paese – la Deutsche Bank fondata nel 1871 – le cui azioni hanno perso il 75% del proprio valore negli ultimi 5 anni.

Per non parlare poi del partner junior, quello francese, in preda da anni ad una grave crisi economica, con i gilet gialli che rischiano seriamente di fare la rivoluzione qualora non vengano fermati prima dall’esercito. Inoltre l’invasione letterale di migliaia di miliardi di Euro, dovuti al Quantitative Easing della BCE guidata da Mario Draghi che ha permesso l’acquisto dei titoli di stato dei paesi del Sud Europa, rischia di esacerbare i rischio dello scoppio di una seconda bolla finanziaria, dopo quella del 2008. La liquidità immessa anche nel settore bancario europeo a rischio fallimento non è fluita nelle imprese, ma ha contribuito a gonfiare il valore delle azioni verso cui le banche d’affari hanno continuato ad investire, come se nulla fosse avvenuto dieci anni fa. Un Regno Unito a piena sovranità monetaria e parlamentare, oltre che fuori dai diktat di Bruxelles, riuscirà a superare più facilmente la seconda inevitabile crisi economica.

Il nostro giornalista Paolo Barnard aveva detto cose molto simili, ovviamente scavando nel dettaglio, ad una nota trasmissione televisiva italiana nel 2016. Nello specifico aveva informato il tuttora ignaro elettore medio italiano che la Brexit significa un’economia fortemente finanziarizzata che ha compreso che i nuovi ricchi del Terzo Millennio parleranno cinese ed indiano, che il mercato valutario cinese sarà il primo al mondo, che la Gran Bretagna dispone di un petrolio di ottima fattura nel Mare del Nord. Inoltre, chiedendosi retoricamente cosa avrebbe visto un inglese se si fosse affacciato dalle scogliere di Dover, Barnard ha risposto ricordando come l’economia dell’Unione Europea, a parte qualche piccola eccezione come la Germania, non si sia mai più ripresa dalla crisi economica del 2008, mentre l’America ha continuato a crescere, che i buchi bancari (3 anni dopo la situazione è perfino peggiorata) non sono ancora stati tappati e che la deflazione a prezzi e salari bassi sta mandando alla disperazione Mario Draghi, Presidente della Banca Centrale Europea. Il vantaggio per la Gran Bretagna il giorno dopo la Brexit sarebbe dovuto alla deregolamentazione dalle pervasive direttive europee, che consentirà alle aziende britanniche di esportare e commerciare, secondo le regole della WTO, ai mercati emergenti composti da 2 miliardi e mezzo di potenziali consumatori. Sono cose dette da pochi giornalisti, si intende. Infatti poco dopo Paolo Barnard sarebbe stato cacciato da quella trasmissione su La7 (non sarebbe stata né la prima nè l’ultima volta), mentre il conduttore Paragone, a parole feroce critico della “dittatura europeista”, ora siede sui scranni del parlamento con il Movimento 5Stelle. Così vanno le cose in Italia. L’articolo originale di Barnard, ben più colorito della sua comparsata televisiva ma al tempo stesso efficace nel messaggio, è ancora visibile sul suo sito.

Alziamo appunto lo sguardo. L’Europa non è mai nata come soggetto geopolitico ed, oltre alla sua insignificanza politica, ha aggiunto anche quella economica. Le sanzioni alla Russia imposte dagli USA nel 2014 ed approvate diligentemente da tutti i governi europei e le recenti guerre commerciali contro le potenze marittime anglosassoni hanno fatto cacciare gli europei tutti in un micidiale cul de sac, da cui è impossibile uscire. Responsabilità principale, ma di certo non l’unica, è del paese più ricco e popoloso del Vecchio Continente, quella stessa Germania che per arricchirsi con il proprio export (illegale secondo gli stessi Trattati europei) ha impoverito buona parte d’Europa. Se a tutto questo aggiungiamo la crisi migratoria, gestita in maniera egoistica da tutti i paesi europei, il cerchio si chiude. Le èlite britanniche hanno capito che il futuro si trova già in Asia. Non sarà  un caso che lo stesso giorno in cui si teneva la Brexit, due potenze nucleari in crescita economica, nonostante le forti povertà al loro interno, come l’India ed il Pakistan siano entrate nel cosiddetto Gruppo di Shangai. Questo club raggruppa tutti quei paesi rigorosamente non occidentali, in primis Cina e Russia, che negli ultimi anni hanno fatto registrare tassi di crescita economica impensabili in Europa. La Gran Bretagna con la sua decisione di abbandonare l’Unione Europea a sè stessa ha già dimostrato l’interesse di mettere le mani sulle riserve finanziarie cinesi in yuan, considerate le più grandi al mondo. Lo stesso giorno in cui si decidevano i destini del Regno Unito, il gruppo dei paesi emergenti di Shangai decideva appunto durante la loro sedicesima riunione di ammettere India e Pakistan al club. Forse a qualcuno dovrebbero tornare subito in mente le parole al vento di Barnard su quei 2 miliardi e mezzo di nuovi consumatori in Asia. Senza dimenticare che entrambi i paesi erano colonie britanniche, ora appartenenti al Commonwealth guidato formalmente dalla Regina, e che l’inglese (perlomeno in India) è ampiamente diffuso.

A confermare il forte interesse britannico verso il mercato cinese ci ha pensato un breve bollettino della Reuters dall’eloquente titoloBrexit shock may boot, not hinder, yuan internationalization, uscito in rete il 6 luglio 2016, che dall’ex colonia britannica di Hong Kong, dal 1997 parte integrante della Cina, recitava quanto segue:

“HONG KONG (Reuters) – London’s role as a major offshore yuan hub is likely to survive Britain’s decision to leave the European Union, but the vote could help foster the Chinese currency’s internationalization by encouraging multiple yuan hubs in the bloc.

In the aftermath of the referendum, market-watchers and domestic Chinese media had raised fears London’s leading role as an offshore yuan hub would be undermined, potentially setting back Beijing’s efforts to internationalize the yuan.

But as the dust begins to settle, some bankers and analysts believe the pessimism was overdone. That is not to say there will not be an impact, but the move may encourage China to foster yuan trading in cities in mainland Europe and so expand the currency’s global footprint.

We expect London to keep its status as the world’s largest foreign exchange center though some of the city’s other financial services may have the risk to be moved to other countries following Brexit,” said Andrew Fung, head of global banking and markets at Hang Seng Bank, adding FX trading is currently the key part of the yuan’s internationalization.

Brexit comes at a difficult time. China is pushing to increase international use of the yuan ahead of inclusion in the International Monetary Fund’s Special Drawing Rights basket in October, while also trying to control capital outflows.

London has played an important role in the internationalization of the yuan, which is also known as the renminbi (RMB). It was the world’s second-largest offshore clearing center for the currency in March, payments operator SWIFT said.”

La chiarezza concettuale dell’articolo in questione ci impedisce di aggiungere altro. D’altra parte l’immagine in alto (già proposta in un primo articolo sulla Brexit nel 2016) scelta per questa quarta parte dovrebbe essere anch’essa chiara per chiunque. Se è vero che per l’UK sarà arduo commerciare in futuro con il resto d’Europa, ciò non significa che la globalizzazione sia finita. Anzi, la nazione scommettitrice per eccellenza ha evidentemente deciso di unire i suoi destini a quelli economici dello spazio asiatico, guidato dalla Cina, e di “andare short“, per impiegare un termine comune nelle borse di tutto il mondo, sull’Europa. La stessa Organizzazione Mondiale del Commercio (in breve WTO), nata nel 1994 con gli Accordi di Marrakesch, regola il commercio tra i paesi presenti sul globo, con una dettagliata previsione anche delle eventuali tariffe doganali massime da poter utilizzare. Un ultimo articolo da citare a proposito della “deriva” britannica da un continente all’altro, è quello del direttore della rivista online di geopolitica “Rete Voltaire, il francese Thierry Meyssan. Nel suo contributo immediatamente successivo agli esiti del referendum del 2016, c’è un punto interessante da evidenziare:

“A differenza di quel che scrive la stampa europea, la City di Londra non è direttamente influenzata dal Brexit. Dato il suo status speciale di Stato indipendente sotto l’autorità della Corona, non ha mai fatto parte dell’Unione europea. Certo, non potrà più ospitare le sedi sociali di certe aziende che ripiegheranno verso l’Unione, ma al contrario potrà utilizzare la sovranità  di Londra per sviluppare il mercato dello yuan. Già ad aprile, ha ottenuto i privilegi necessari firmando un accordo con la Banca centrale della Cina. Inoltre, dovrebbe sviluppare le sue attività di paradiso fiscale per gli europei.

Se la Brexit disorganizzerà temporaneamente l’economia britannica in attesa di nuove regole, è probabile che il Regno Unito – o almeno l’Inghilterra si riorganizzerà rapidamente ottenendo il massimo profitto. La domanda è se chi ha concepito questo terremoto avrà la saggezza di far arrivare dei benefici al proprio popolo: la Brexit è un ritorno alla sovranità nazionale, non garantisce la sovranità popolare.”

Lungi perciò dall’essere una rivolta popolare contro le odiate èlite, la Brexit è stata incentivata da quest’ultime, anche aizzando i timori popolari contro l’immigrazione incontrollata proveniente dall’Europa. In realtà è ferma intenzione inglese quella di guardare all’Asia e lasciare che l’Europa affoghi dentro le proprie contraddizioni. Quest’ultima si impoverirà ancor di più, con tutta probabilità altri paesi usciranno e non sarà nemmeno inverosimile che un conflitto militare possa scoppiare ai confini con la Russia. Di questo punto specifico ne riparleremo alla prossima puntata, che vedrà coinvolta la Gran Bretagna in un ruolo diverso da quello visto finora.

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