Quell’ascensore fermo

Da quasi 3 anni vivo in una zona abbastanza centrale di Berlino, non molto distante dal Ring ferroviario che racchiude la capitale. Sempre da quasi 3 anni, presso la per me più vicina stazione ferroviaria, prendo regolarmente la S – Bahn, ossia il treno, per i miei spostamenti quotidiani. Ebbene da quasi 3 anni l’unico ascensore disponibile per salire su fino alla piattaforma dei binari, qualora non si desideri salire a piedi per le scale, è a fasi alterne non funzionante. In realtà dipende dai periodi: qualche volta rimane guasto per al massimo una settimana, viene riparato da tecnici esterni chiamati dalla Deutsche Bahn, ente ferroviario nazionale tedesco, per poi non essere di nuovo funzionante da lì a qualche settimana. In altri periodi invece i guasti durano mesi interi. Questa storia, lo ripeto per l’ennesima volta, va avanti da quasi 3 anni, ossia da quando mi sono trasferito in quella zona ed ho potuto osservare i ciclici malfunzionamenti dell’unico ascensore disponibile. Tuttavia non tendo ad escludere che questo incredibile disservizio tecnico, incredibile perché non affatto estemporaneo, duri da molti più anni, da prima cioè che andassi a vivere lì.

Nell’agosto di quest’anno la storia tragicomica di questo ascensore bloccato ha toccato un ulteriore, probabilmente non ultimo, capitolo. In una fresca mattina di inizio agosto, non avevo infatti potuto fare a meno di notare l’ormai caratteristico foglio, che in casi come questi la Deutsche Bahn incolla di fronte all’ascensore irrimediabilmente fermo. Nel frattempo da lì a qualche giorno vado in vacanza fuori Germania per più di 2 settimane, ma al mio ritorno vedo sempre lì, fermo come una vedetta nel deserto, il cartello informativo. A questo punto chiamo, arrabbiato e deluso, il servizio clienti delle ferrovie tedesche. Intendiamoci, non l’ho fatto per me; posso anche dire senza ipocrisia alcuna che me ne potrei anche fregare di questo disservizio. Prendendo infatti regolarmente a Berlino sia la metropolitana che il treno, ho visto cose ben peggiori. Più che altro mi dà fastidio notare ogni giorno pensionati che arrancano, vecchiette con 4 borse della spesa, madri con carrozzelle pesanti con dentro il loro bambino, disabili in sedie a rotelle, ciclisti già esausti, e più in generale persone che avrebbero urgenza di prendere l’unico ascensore disponibile, poiché le scale adiacenti sono per loro troppo faticose da percorrere.

Pertanto decido di chiamare l’ente responsabile e mi risponde in malo modo una giovane ragazza tedesca, che seccata mi comunica che ad aver causato il guasto tecnico all’unico ascensore disponibile in quella centrale stazione ferroviaria, situata vicino casa mia, siano stati dei vandali. Le faccio notare che vivo nella zona da quasi 3 anni appunto, prendo il treno pressoché ogni giorno e durante tale periodo di tempo devo purtroppo notare come l’ascensore abbia regolarmente dei seri problemi tecnici. Inoltre sul foglio di comunicazione, fatto appiccicare dalle ferrovie tedesche, non c’è alcun riferimento ad atti vandalici come causa del disagio. Senonché, guarda caso, il giorno dopo la mia telefonata, compare un secondo foglietto, che sostituisce quello precedente, e che, sempre casualmente, come per miracolo afferma che siano stati dei vandali ad aver danneggiato l’ascensore in questione! Nel frattempo i mesi passano ma l’ascensore è sempre desolatamente fermo, mentre le persone più in difficoltà, tra cui molte donne con bambini e disabili in sedia a rotelle, devono per forza di cosa farsi aiutare da altre persone a salire e scendere le scale. Ulteriore particolare è che nelle ultime settimane la Deutsche Bahn ha pensato bene di far circondare l’ascensore da diversi pannelli di legno, come se fosse un cantiere in corso, ufficialmente per proteggere l’ascensore da ulteriori atti vandalici.

Ho chiamato altre volte il servizio clienti delle ferrovie tedesche e ad ogni telefonata mi è stato assicurato che esso sarebbe stato riparato in 2 settimane. Sono anche comparsi altri foglietti informativi, in cui si aggiornava di continuo la data di riparazione: prima il 01.10, poi il 10.10, infine il 26.10 (che era un sabato tra l’altro). L’unica cosa che posso dirvi è che in data odierna, mercoledì 6 novembre 2019, l’unico ascensore di quella centrale stazione ferroviaria della S – Bahn a Berlino è ancora guasto. Quest’ultimo disservizio sta durando dagli inizi di agosto e, nonostante i miei solleciti telefonici, non si vede ancora la luce in fondo al tunnel. E ricordo che questi stessi disservizi stanno durando, perlomeno io li ho potuti osservare, dal 2017. L’ascensore va fuori uso per settimane, se non mesi interi, viene riparato da una ditta (esterna), per poi tornare immancabilmente fuori uso dopo qualche settimana.

L’ascensore, perennemente fermo, potrebbe in qualche modo ricordare quello sociale, che in Germania al massimo può andare sempre più giù, ma mai risalire. In Germania, così come in Italia d’altronde, l’ascensore sociale è bloccato da anni, altro che da settimane: i ricchi sono sempre più affamati di investimenti immobiliari, in special modo nelle nuove colonie greche ed italiane, mentre i poveri prendono i treni solo per cercare di vendere oscuri giornaletti, con cui potersi ricavare preziosi cent per le loro dipendenze. In Germania 1 bambino su 7 è a rischio povertà, a Berlino e Brema 1 su 3, 1,4 milioni di pensionati continuano a lavorare perché altrimenti non arriverebbero a fine mese e 7,6 milioni di mini jobbers guadagnano 450 euro al mese, senza versare alcun contributo previdenziale. E l’ascensore sociale non si smuove nonostante le numerose chiamate a vuoto dei pochi sindacati rimasti, quelle di oscuri pastori che offrono panini e thè gratis ai senzatetto, gli obdachlose, oppure sebbene qualche volta dei piccoli funzionari socialdemocratici tedeschi, con un minimo di coscienza rimasta dai tempi delle riforme Hartz, facciano delle chiamate anonime ai loro superiori, che numerosi si sono succeduti nel corso degli anni. Gli ascensori tedeschi, ferroviari e sociali non importa, sono perennemente chiusi, a meno che non si abbia con sé delle speciali chiavi – passepartout, pagate a suon di mazzette o privilegi oppure ereditate dai nonni imprenditori nazisti, che ti possano aprire per magia tutte le porte, senza bisogno alcuno di spiacevoli telefonate di circostanza.

Nel frattempo salendo le inevitabili scale che conducono alle piattaforme dei binari, noto ogni giorno manifesti della Bundeswehr, l’esercito tedesco, che incentivano la miglior gioventù ariana, i nipoti di Stalingrado ed Auschwitz, ad arruolarsi. Sono presenti anche poster, notevoli per la loro grandezza, che pubblicizzano una popolare serie Youtube dal nome “Reclute”, nella quale vengono narrate le vicende delle giovani reclute appunto, che hanno deciso di entrare nell’esercito tedesco. Anche le immagini di sorridenti ragazze soldato non mancano. Oppure, sempre tramite grandi manifesti, la nuova Wehrmacht mi spiega che la libertà non è regalata, figuriamoci. Si intravedono perfino due uomini che si baciano per il primo dating show omosessuale presente nella libera Germania, alla faccia di Putin. Oppure altri manifesti governativi, che festeggiano il trentennale dell’annessione, pardon della riunificazione, tedesca immortalano due giovani ridenti in tandem, uno ebreo con la kippah e l’altro musulmano col tipico copricapo, di cui purtroppo non ricordo il termine, che scorrazzano felici per le strade tedesche. Peccato che in Germania, in special modo a Berlino, se anche solo cammini con la kippah in testa in ben determinati quartieri multietnici, conosciuti da tutti, come minimo vieni picchiato. Se ti va bene.

Questi bellissimi manifesti edulcoranti si situano a pochi metri di distanza dall’ascensore rotto da agosto. Ma anche questa è Berlino, anche questa è la Germania, anche questa è l’Europa. E tutti noi addormentati dobbiamo difendere il nostro sogno dai nemici esterni e soprattutto interni, anche armi in pugno.

Prima però riparate quell’ascensore, cialtroni.

Precedente Le sorti della Brexit a 50 anni da Piazza Fontana Successivo Pausa per un libro

Lascia un commento