La luce in fondo al tunnel (ma non per l’Italia)

Siamo di fronte ad un cambio di paradigma storico. Se le fantomatiche èlite tedesche non si arroccheranno ancor di più sulle proprie posizioni conservatrici in fatto di pareggio di bilancio e di lotta al deficit, i prossimi anni potrebbero essere segnati da un incremento delle spese nazionali per le produzioni interne e da un incentivo dei consumi dei propri cittadini. Detto altrimenti: se il prossimo cancelliere tedesco (il più papabile a questo punto sarebbe il cristianodemocratico Merz) abbandonerà finalmente il dogma economico del neo mercantilismo, che consiste essenzialmente nell’esportare le merci delle grandi imprese tedesche con ramificazioni in tutto il globo, a discapito della domanda interna di beni e prodotti, che invece sta consapevolmente languendo da 30 anni, la Germania potrebbe essere il paese leader in Europa in fatto di crescita economica e di benessere dei propri cittadini. Potrebbe ed il condizionale è quanto mai d’obbligo, visto il conservatorismo innato nelle classi dirigenti tedeschi e nella popolazione, suo specchio.

Ma andiamo con ordine. Qualche giorno fa l’azienda americana con filiali in tutto il mondo McKinsey, che si occupa prevalentemente di consulenza economica per le imprese, ha delineato uno scenario macroeconomico da incubo per la Germania. Da quando il governo tedesco della Signora Merkel ha anch’esso approntato delle misure forti (anche se estremamente più razionali e meno liberticide rispetto a quelle demenziali imposte dal governo italiano tra gli applausi e le delazioni delle plebi) per contenere il diffondersi del coronavirus, l’azienda di consulenza americana ha calcolato che il Pil tedesco, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, è già crollato del 25%. Ma non è finita qui: ogni settimana dall’introduzione delle misure governative si sono persi 15 miliardi di valore, sempre in riferimento al Pil tedesco. Ripetiamolo: 15 miliardi di perdite di Pil. Ogni settimana. Tutti i settori economici tedeschi hanno sofferto ma logicamente, a fare la parte del mesto leone in questa triste gara al ribasso è stato il settore automobilistico e quello industriale in genere. Inoltre circa 10 milioni di lavoratori residenti in Germania, tedeschi e stranieri, hanno usufruito della misura governativa del Kurzarbeit, ossia del lavoro breve. Essa consiste essenzialmente nel far lavorare meno ore i lavoratori delle aziende in crisi, in cambio dell’impegno scritto da parte del management di quelle stesse aziende a non licenziare nemmeno un singolo lavoratore. Lo Stato tedesco inoltre si impegna a pagare il 60% dell’ultimo stipendio netto, quota che arriva al 67% se si ha uno o più figli a carico, ad ogni lavoratore interessato. E’ insomma una specie di cassaintegrazione alla tedesca, che è stata adoperata fin dai tempi turbolenti della Repubblica di Weimar tra gli anni ’20 e ’30, passando per la grave crisi economica globale tra il 2008 e il 2009. Tuttavia l’odierna crisi da coronavirus, con relativi effetti draconiani in termini di depressione economica, è così foriera di catastrofi, anche nella ricca Germania, che mai si era raggiunto un numero così alto di lavoratori interessati dal Kurzarbeit. Nello specifico 10 milioni di lavoratori e 750mila imprese hanno chiesto di usufruire di questa misura statale. Ricordiamo che essa è finanziata con i soldi pubblici, ossia dei contribuenti.

Se qualche lettore fosse in grado di leggere oltre questi aridi dati macroeconomici, dovrebbe capire quanto il sistema Germania, basato su export e salari reali bloccati, sia giunto al capolinea. In secondo luogo a quelli incompetenti cittadini italiani, aizzati ad arte da una classe politica cialtronesca, dovrebbe forse risultare chiaro che non ha senso gettare la colpa dell’ennesimo disastro italiano sull’egoista Germania. Anche volendo, il governo tedesco non sarebbe in grado di aiutare la nota espressione geografica, per il semplice e disarmante motivo che la crisi sta mordendo duramente anche lo stesso tessuto economico tedesco. Come da anni addirittura vado scrivendo su questo blog (si prega di rileggere i vecchi articoli tuttora presenti in archivio), nei prossimi anni la disoccupazione di massa, con relativa esacerbazione dei latenti conflitti sociali, raggiungerà la quota dei 2 zeri anche a Berlino. Tuttavia non tutto è perduto, anzi: ogni crisi nasconde la propria soluzione, dietro ogni difficoltà si cela un cambiamento. Se le classi dirigenti tedeschi non saranno così cieche, come hanno dimostrato di esserlo negli ultimi 10 anni, approveranno nell’arco di un pomeriggio parlamentare un piano di opere pubbliche a deficit che possa ridare linfa alla propria economia. Con il proprio immenso surplus commerciale, accumulato negli ultimi anni, non sarà di certo un problema. Al contrario dei parolai senatoriali italiani, troppo impegnati a cinguettare su Twitter, nel giro di qualche ora i parlamentari tedeschi stracceranno le regole degli 0 debiti e del fiscal compact, presenti anche nella costituzione tedesca così come in quella italiana, a grande maggioranza e senza il bisogno di inutili dibattiti parlamentari. Certo, centinaia di miliardi di euro pubblici dovranno essere impiegati urgentemente per salvare le proprie banche, per nazionalizzare Lufthansa ed altre aziende strategiche ma è veramente un problema per loro? Natürlich nicht, das ist scheiße egal! Per usare un elegante francesismo.

Altra V2 nemmeno tanto segreta, pronta a ribaltare la crisi, potrebbe essere l’arma del turismo interno. Mentre in Italia, nazione col maggior numero di siti Unesco al mondo, la balcanizzata classe politica continua imperterrita a terrorizzare la popolazione dal recarsi al mare questa estate, nelle regioni costiere tedesche, situate nei freddi Mar Baltico (Ostsee, mar orientale per i tedeschi) e Mare del Nord, già adesso si sta discutendo su come rendere sicure le tintarelle sulla spiaggia. Obiettivo imprescindibile è quello di intercettare milioni di turisti tedeschi, che fino all’anno scorso si sono recati a frotte in Italia, Spagna e Grecia e che ora potrebbero rimanere all’interno della Germania a spendere i propri soldi. Guarda caso, anche l’Austria del cancelliere conservatore Kurz dal 4 maggio ha fatto riaprire di fatto il paese alpino, permettendo a hotel, saune, ristoranti, rifugi alpini ed altri luoghi tipicamente turistici di riaprire i battenti. Siamo lontani anni luce dal dibattito italiano: per esempio nella riviera romagnola, che senza i soldi dei turisti stranieri avrebbe probabilmente lo stesso reddito pro capite dell’Albania, si è assistito ad una surreale, ergo tipicamente italiana, discussione se permettere o meno l’installazione di grottesche cabine in plexiglas per i temerari turisti in mascherina e guanti in lattice che desiderassero ancora passare un’estate lì. A nessuno dei nostri politicanti è mai passato per la mente che l’Italia vive, anzi sopravvive, ancora di turismo e che forse, osiamo dire forse, sarebbe opportuno perlomeno allestire un dibattito pubblico su come far ripartire questo motore economico, essenziale per milioni di persone che ci vivono attorno. Quasi nessuno degli espertoni rasputiniani, che ronzano intorno all’avvocato Giuseppi, ha pensato di riflettere sull’inevitabile mancanza di decine di miliardi di euro, derivanti dall’assenza quasi totale di turisti stranieri, per l’economia italiana.

Invece in Germania almeno si discute in maniera anche particolareggiata su come reindirizzare il flusso di turisti tedeschi all’interno dei propri confini per questa estate; anche qui siamo alla vigilia di una rivoluzione copernicana, che da una parte porterà miliardi di preziosissimi euro nelle casse locali di quelle regioni orientali tedesche, che a 30 anni dalla riunificazione tedesca sono ancora oggi più povere rispetto alla media nazionale. Dall’altra parte milioni di tedeschi, che finora hanno viaggiato in giro per il mondo, potranno conoscere anche le bellezze nazionali ed apprezzare così anche i Länder ex DDR, rafforzando altresì il sentimento di appartenenza nazionale e rivalutando le regioni orientali, che per molti cittadini occidentali sono mero sinonimo di povertà e degrado. Invece in Italia si continua, come detto, ad instillare il terrore nelle persone, che saranno terrorizzate anche solo di camminare mano nella mano in spiaggia, mentre già ora in Germania chi abita vicino alle coste ci può andare, con la sola raccomandazione di tenere le debite distanze dagli estranei. Senza contare che le decine di miliardi di euro che fino all’anno scorso ogni estate riempivano le sofferte casse del nostro Stato, storicamente indebitato, arricchiranno la Germania già benestante, facilitandole il superamento della crisi economica.

Dettaglio ancor più importante: per superare in maniera brillante la recessione economica, il presente (o futuro prossimo) governo tedesco metterà nelle tasche di milioni di cittadini cash liquido immediato per incentivare i consumi e far ripartire l’economia. Già ora milioni di lavoratori e lavoratrici, che non lavorano solo nelle aziende essenziali in questo momento come quelle sanitarie, stanno ricevendo in busta paga, assieme al normale stipendio mensile, 1.500 euro netti una tantum esentasse. Avete capito bene; in Italia i media ne hanno detto qualcosa? Nei prossimi mesi l’helicopter money, innominabile fino a qualche settimana fa, potrebbe diventare la norma. Qui siamo oltre Keynes, non so se vi rendete conto. Probabilmente no, ma fa niente.

In fondo, anche se conservatrici, le classi dirigenti tedeschi si sono sempre dimostrate pragmatiche e non ideologiche, o peggio ancora partigiane, nel momento in cui bisognava prendere delle decisioni di carattere strategico. Non è come in Italia, dove le ataviche divisioni tra guelfi e ghibellini, unite all’eterna guerra civile per interposte potenze straniere, hanno sempre frenato, o ritardato, il nostro sviluppo civile rispetto alle altre nazioni d’Europa. Infine il governo tedesco dovrà agire in fretta, entro giugno probabilmente, dal momento che dal Regno Unito fonti legate al governo britannico hanno volutamente lasciato trapelare che i negoziati commerciali con l’Unione Europea potrebbero interrompersi in modo definitivo, qualora i continentali non accettino le posizioni britanniche in materia di pesca e regole commerciali. Lo ha riportato persino Repubblica, con una piccola notiziola a margine. Va da sé che Londra ha bisogno solo di uno tra i numerosi casus belli per staccarsi anche commercialmente dall’Europa, mandandola così alla sua definitiva rovina.

Significa anche che la vera bomba atomica per l’Unione Europea deve ancora arrivare: con la seconda economia europea, quella britannica, che dichiara guerra commerciale alla Germania (perché in fondo è lei il vero obiettivo) a base di dazi, tariffe commerciali, quote massime di importazioni di beni da non superare, la fine dell’Unione Europea potrebbe assumere caratteri violenti, alla jugoslava per chi ha qualche capello grigio in testa. In tutto questo la Germania potrebbe cambiare necessariamente, direi obtorto collo, rotta ed investire sul benessere interno dei propri cittadini, finora non sempre pervenuto, riconvertendo la propria industria ed investendo miliardi su miliardi per la propria domanda interna, abbandonando, o comunque ridimensionando, il proprio pericoloso export verso il resto del mondo. Ovviamente Stati Uniti e North Stream 2 permettendo. Questo è ovvio.

E l’Italia invece? Cosa farà? La domanda dovrebbe essere posta diversamente: nei prossimi anni esisterà ancora?

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