La recessione tedesca all’inizio della valanga

Mentre nel Regno Unito la guerra di potere tra gli organi dello Stato, nello specifico l‘esecutivo guidato dal conservatore Boris Johnson che ha tentato di chiudere il Parlamento per 3 settimane e l’Alta Corte di Giustizia che invece ha dichiarato illegittima la sospensione, si fa sempre più calda sul noto tema della Brexit, nel frattempo la Germania è entrata ufficialmente in recessione. La notizia non dovrebbe sorprendere il lettore italiano, visto che era già stata fornita perfino dai nostri media diverse settimane fa. In questo contributo tenteremo comunque di analizzare in dettaglio la frenata della prima economia d’Europa, cercando al tempo stesso di abbozzare dei risvolti per il prossimo futuro.

Partiamo dai dati macroeconomici generali: secondo tutte le rilevazioni ufficiali, comprese quelle governative che ne hanno confermato i risultati, nel secondo trimestre di quest’anno il Pil tedesco non solo non è cresciuto, ma anzi ha fatto registrare un preoccupante -0,1%. Ciò significa che tra aprile e giugno del 2019 l’economia tedesca è rimasta al palo; se dovessimo stilare una classifica dei Paesi europei appartenenti alla UE che meno sono cresciuti, la Germania si situerebbe ad un misero penultimo posto davanti solamente a noi italiani, tanto per cambiare fanalini di coda dell’Europa. I dati economici relativi al Pil tedesco per il terzo trimestre (luglio – settembre) dovrebbero uscire nelle prossime settimane, ma diversi economisti interni danno un ulteriore calo per quasi certo. Per trovare un secondo ribasso consecutivo del Pil tedesco tra 2 trimestri, dovremmo tornare indietro agli anni 2012 – 2013, ossia a quelli economicamente più duri per l’Europa all’indomani della crisi. C’è però da dire che rispetto all’inizio di quest’anno l’economia tedesca è comunque cresciuta, seppur di poco. Parliamo di un +0,4%, ben al di sotto dei tassi di crescita che dovrebbero appartenere al DNA della presunta locomotiva economica d’Europa, almeno a sentire alcuni nostri analisti nonché elogiatori del modello tedesco.

Su questo blog da tempo abbiamo messo in guardia sui rischi, per l’Europa tutta, di una Germania da tempo in crisi e soprattutto terrorizzata dalla strategia offensiva messa in atto dalle potenze anglosassoni. Infatti il calo del Pil, che ha già fatto entrare la Germania in recessione tecnica, è legato in maniera decisiva al crollo sia delle esportazioni sia della produzione industriale interna. Le prime sono calate dell’1,3%, mentre la seconda del 2%. Il fattore decisivo ha un nome preciso: paura. Le grandi aziende tedesche, in special modo quelle automobilistiche e dei macchinari industriali in genere, hanno infatti rallentato la propria produzione per il timore che la sempre più probabile “hard Brexit” senza accordo, di cui su queste pagine sono stati spesi fiumi di inchiostro virtuale, con gli altrettanti probabili dazi e tariffe commerciali reciproci, possa far crollare l’export verso la Gran Bretagna. L’aspetto interessante è che fino a questo momento il Regno Unito, nonostante il vittorioso referendum del 2016 e i continui proclami minacciosi di Boris Johnson, è ancora membro a tutti gli effetti dell’Unione Europea. Pertanto sono bastati i soli timori di una sua uscita, che dovrebbe avvenire il 31 ottobre, per impaurire le aziende tedesche più dipendenti dall’export, le quali da mesi hanno tagliato la propria produzione e, come vedremo in un prossimo contributo che uscirà a giorni, hanno anche iniziato ad operare dei licenziamenti importanti nell’ordine delle migliaia di unità. A spiegare in maniera approfondita la composizione della recessione tecnica in Germania, ci ha pensato un ottimo articolo di Mauro Bottarelli sul sito del quotidiano online Il Sussidiario. Oltre al crollo delle esportazioni dell’1,3%, cui già si è accennato sopra, il giornalista finanziario ha ricordato come le scorte industriali in pancia alle aziende tedesche siano aumentate a dismisura rispetto al trimestre precedente. Ciò significa che le imprese, che esportano di più, preferiscono tenere delle notevoli scorte in magazzino, in attesa di vedere come andrà a finire con la Brexit e soprattutto con la guerra commerciale americana proclamata da tempo da Donald Trump. I problemi veri inizieranno se e quando verranno confermate le chiusure commerciali da parte delle 2 maggiori potenze anglosassoni; in tal caso le scorte di magazzino verranno confermate, così come il crollo ulteriore dell’export e della produzione, senza contare i licenziamenti, a quel punto necessari per poter rimanere competitivi.

Sta insomma emergendo completamente quell’inevitabile nodo gordiano, secondo il quale la Germania degli ultimi anni ha investito tutto il proprio successo economico sulle esportazioni, senza invece essersi concentrata sull’aumento dei salari reali interni, di fatto congelati da 20 anni sebbene la Germania venga considerato il Paese più ricco d’Europa, e senza aver operato un serio piano di investimenti pubblici nelle infrastrutture, in special modo quelle ferroviarie, che stanno cadendo a pezzi e che necessitano di 4,3 miliardi annui solo per la semplice manutenzione ordinaria. Chi scrive da 4 anni su questo piccolo blog è una mera goccia nell’oceano, non si considera nemmeno un pesce piccolo bensì un ammasso di plancton, ma diversi economisti premi Nobel, come per esempio gli americani Steglitz e Friedmann, da tempo hanno messo in guardia i diversi governi tedeschi guidati sempre dalla Signora Merkel da un uso spregiudicato dell’export. Infatti se da una parte la Germania lotta assieme alla Cina ogni anno per il primato mondiale delle esportazioni, dall’altro lato non ha considerato i rischi di fattori politici esogeni, e soprattutto inaspettati, rispetto alla propria politica economica interna, come la Brexit e la vittoria di Trump, che dal 2016 rischiano seriamente di far crollare il sistema. E infatti i dati stanno confermando che la recessione è ormai realtà, anche se potrebbe essere solo l’inizio.

Tuttavia qualche settimana fa, interrogata sul tema, la Merkel non ha tradito la benchè minima preoccupazione; verrebbe da dire: tutto va bene, madama la Cancelliera! Se da una parte non ha potuto negare come l’economia del Paese sia entrata in una “fase difficile”, dall’altra ha esortato a non andare nel panico, dichiarando che “il governo agirà prontamente in base alla situazione”. Si può ben capire la sua volontà di rassicurare le migliaia di aziende in difficoltà, e soprattutto gli investitori internazionali. A darle man forte ci ha pensato anche il Presidente del prestigioso Istituto Tedesco di Ricerca Economica (sigla tedesca DIW), Marcel Fratzscher, il quale ha dichiarato come “l’economia tedesca sia sana”. Anzi ha rincarato la dose con affermazioni del tipo: “Abbiamo strutture sane, le nostre aziende sono competitive, oltre che innovative, il mercato del lavoro non è mai andato così bene”. Nemmeno la Bundesbank ha dato adito ad alcun motivo di preoccupazione, mentre il Ministro delle Infrastrutture Andreas Scheuer (CSU) ha letteralmente considerato questi segnali negativi alla stregua di nuvolette (Wölklein), che secondo lui non dovrebbero oscurare il cielo sopra l’industria tedesca.

A questo ottimismo istituzionale, si potrebbe dire di circostanza, si contrappongono tuttavia ulteriori dati sconfortanti. Rilanciando di pari passo la notizia riportata anche dal Fatto Quotidiano, scopriamo come ad agosto l’indice Ifo, che analizza la fiducia delle aziende operanti in Germana, abbia fatto registrare un record negativo: dal valore di 95,7 di luglio si è passati al 94,3 di agosto. Per ritrovare una simile mancanza di fiducia da parte delle aziende tedesche, dobbiamo tornare indietro al 2009, ossia a quando la più grave crisi economica mondiale dal 1929 era appena iniziata. Gli analisti non si aspettavano un calo simile, arrivando a prevedere un valore di 95,1 invece del 94,3 visto sopra. L’attuale scetticismo per le prospettive di crescita futura in Germania non sta interessando il solo settore manifatturiero, ma anche quello dei servizi e del commercio. Il solo settore edilizio, complice il boom speculativo – immobiliare che da anni sta interessando tutte le più grandi città tedesche, non conosce invece crisi. Un altro indicatore economico, che sembra contraddire in pieno l’ottimismo ostentato dalla Merkel e dal suo governo, proviene ancora una volta dal mondo industriale. L’indice che rileva il grado di fiducia dei manager delle più grandi aziende industriali ha fatto registrare in settembre un altro valore record: 41,4 punti rispetto alla stima data in precedenza per certa dalla maggioranza degli economisti di 44,0 punti. Consideri il lettore che appena dal valore di 50,0 punti si può parlare di un segnale certo di ripartenza economica. Il capo economista dell’Istituto Markit che ha effettuato la ricerca, Phil Smith, si è limitato ad aggiungere che “i dati dell’industria sono semplicemente orrendi (schrecklich)”.

Sembrerebbe pertanto confermato l’emblematico titolo “2019: Annus horribilis per la Germania?” di un articolo uscito qui all’inizio di quest’anno (in gennaio, per essere precisi). E si badi bene che nel mare di dati macroeconomici negativi e di continui crolli di fiducia delle imprese tedesche, non abbiamo nemmeno fatto riferimento allo stato pietoso dei 2 maggiori istituti bancari interni, la Deutsche Bank e la Commerzbank, che ormai lottano strenuamente per la ricapitalizzazione e quindi per la salvezza. Sempre agli inizi di quest’anno sembrava imminente una loro fusione, patrocinata anche dal Ministero dell’Economia capitanato da Scholz (SPD), ma alla fine fu il classico buco nell’acqua. La fusione venne abbandonata per i troppi rischi ad essa connessi. Tra l’altro il 30% del capitale della Commerzbank è di proprietà del Tesoro tedesco. L’articolo di Mauro Bottarelli, citato all’inizio, ricordava inoltre come i depositi bancari in Germania abbiano raggiunto il livello record di 3mila miliardi di Euro, di cui 2,3 in mano a risparmiatori privati. Provi solo il lettore italiano ad immaginare cosa potrebbe accadere all’economia tedesca, ed a questo punto a quella mondiale, qualora anche una sola delle 2 big banks tedesche dovesse fallire. Senza contare come ancora oggi nessun analista finanziario sappia con esattezza quante migliaia di miliardi di derivati si trovino dentro la pancia della Deutsche Bank, il vero grande malato bancario del mondo. In confronto il fallimento della banca americana Lehman Brothers, che diede inizio alla crisi economica mondiale nel 2018, fu uno scherzo da preti.

Per adesso l’analisi della recessione economica tedesca si ferma qui. Nella prossima puntata, che uscirà nei prossimi giorni, in primo luogo verranno analizzate le conseguenze sociali già in itinere, come per esempio i licenziamenti confermati di migliaia di lavoratori nel settore automobilistico in Germania, per la precisione nelle regioni occidentali considerate finora le più ricche del Paese. In secondo luogo verranno abbozzati gli effetti di questo probabile smantellamento, o se non altro della sua totale riconversione, dell’intero settore automobilistico tedesco per l’economia del Nord Italia, il quale come filiale produttiva dipende fortemente dalle magnifiche sorti e progressive dell’economia tedesca. Infine ritorneremo in Germania per vedere come le regioni occidentali, che più verranno toccate dalla crisi economica interna poiché più dipendenti dall’export verso USA e UK, siano anche quelle medesime roccaforti elettorali del più antico partito socialdemocratico del mondo, quella SPD che da almeno 20 anni si trova già in una profonda crisi di consensi. Sarà interessante tentare di capire a chi si rivolgeranno, elettoralmente parlando, quelli storici lavoratori del reparto industriale, prossimi licenziati a causa della crisi, i quali hanno sempre votato a sinistra. Ancora qualche giorno e forse lo sapremo.

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