Ancora Brexit 2/6 – Le conseguenze per l’economia tedesca

Per l’economia tedesca una Brexit dura con relativi dazi e tariffe doganali rappresenta un vero incubo geopolitico. Ne abbiamo parlato in un recente articolo a due puntate intitolato emblematicamente “Perchè la Germania ha terrore di una hard Brexit, uscito a dicembre. Innanzitutto le esportazioni totali della Germania verso il Regno Unito fino al 2017 sono ammontate a 85 miliardi di Euro l’anno. Dopo gli Stati Uniti, la Francia e la Cina, il Regno Unito rappresenta il quarto partner commerciale in tema di export per l’economia tedesca. Ad affermarlo non è un oscuro blog di provincia, come il suddetto, bensì lo Statistisches Bundesamt, ossia l’ufficio statale tedesco preposto alla raccolta di dati statistici, in un suo report uscito l’anno scorso. Anche in fatto di beni importati, la Gran Bretagna si conferma imprescindibile per il tessuto economico tedesco; sempre secondo l’ufficio federale statistico, con quasi 61 miliardi di fatturato annuo la Gran Bretagna si conferma il quarto paese al mondo per l’esportazione di merci verso la Germania. Al primo posto si colloca la Cina, seguita dall’Olanda e dalla Francia.

Da questi aridi dati macroeconomici ne consegue che il Regno Unito si conferma come un importatore netto rispetto alla Germania (e in generale nei confronti degli altri paesi UE), nel senso che importa più beni rispetto a quanto ne esporti. Qualora dovesse verificarsi una cosiddetta hard Brexit, ossia senza un accordo condiviso tra il governo di Sua Maestà e la UE e con relativi dazi incrociati, entrambe le economie verrebbero danneggiate. Tuttavia a farne maggiormente le spese sarebbero quei paesi europei esposti con le esportazioni verso l’UK, dal momento che improvvisamente non saprebbero più a quale mercato rivolgersi; a questo punto non occorre nemmeno specificare quale sia il primo della lista in fatto di export oltre la Manica. Invece la Gran Bretagna potrebbe decidere di importare altre merci dai mercati emergenti, avvantaggiandosi nel parlare la vera lingua mondiale del commercio, che non è il tedesco, e facendo leva sulla rete diplomatica composta dalle sue ex colonie riunite da decenni nell’unione volontaria del Commonwealth.

Senza contare che la Gran Bretagna, al contrario della Germania che detiene un possente apparato industriale risalente al secolo scorso, è un paese prevalentemente finanziario, nel quale i servizi gravitanti intorno alla City di Londra spingono avanti la nazione. Lo smantellamento, non senza dure proteste dei sindacati, delle proprie fabbriche venne inaugurato e portato a termine dalle riforme neoliberistiche della Signora Thatcher per tutti gli anni ’80. Ancora in dicembre avevamo riportato l’interessante affermazione del Chief Economist della Deutsche Bank, il tedesco David Folkerts-Landau, il quale tra le varie cose aveva ricordato come Londra si sia dotata di un mercato finanziario internazionale ben prima che nel Vecchio Continente fosse nata la democrazia. L’economista con laurea ad Harvard si era poi dimostrato convinto che il Pil britannico calerà intorno al 2/3%, anche se quello della maggior parte dei paesi europei subirà perdite ben più pesanti. Infine aveva confidato come l’economia inglese avesse la flessibilità  necessaria per prosperare (to thrive) a lungo termine anche dopo la Brexit.

Ad ogni modo il Regno Unito si troverà con tutta probabilità meno in difficoltà nel variare la propria politica produttiva rispetto invece ad un paese industriale come la Germania, che ricava ancora quasi il 40% della sua energia dal carbone (lignite per la precisione) e che fa dipendere il proprio benessere economico in maniera decisiva dall’export. Inoltre se la sterlina, come già accaduto nei giorni successivi al referendum del 2016 quando perse il 10% del proprio valore, dovesse ancora svalutarsi, il prezzo dei beni tedeschi importati potrebbero diventare insostenibili per i consumatori britannici, che a quel punto si rivolgerebbero altrove od a realtà economiche domestiche per sostenere i propri consumi interni. Ancora una volta a farne le spese sarebbero quelle imprese tedesche esposte verso il mercato britannico, che a quel punto potrebbero essere costrette a chiudere gli stabilimenti od a licenziare centinaia di migliaia di propri dipendenti.

Qualche voce scettica giustamente avrà già sussurrato che si sta esagerando, che si sta scendendo in un pessimismo ingiustificato, che si blatera senza conoscere i fondamentali di economia, o peggio ancora che queste non sono altro che voci diffamatorie messe in giro per infangare la Germania, magari per invidia nei confronti dei suoi indubbi successi economici. Accettiamo con piacere le critiche. Tuttavia cosa risponderebbero quelle stesse legittime voci di fronte all’organo tedesco europeista per eccellenza, lo Spiegel, che in un articolo uscito solo tre giorni fa, il 21 gennaio, ha condiviso le nostre stesse osservazioni? Nello specifico l’organo di stampa progressista, da sempre politicamente vicino alle istanze dei socialdemocratici della SPD, che non ha spesso mancato di minacciare scenari orrendi per i cittadini britannici che a causa della Brexit non potrebbero in futuro nemmeno dotarsi dei farmaci essenziali, questa volta abbassa i toni guerreggianti e si limita a riportare dei meri dati economici. In primo luogo riporta anch’esso l’oggettiva cifra di 85 miliardi di Euro di esportazioni annuali tedesche verso il Regno Unito, già visto qualche riga sopra. Poi ci rivela che nessun dato statistico può informare con esattezza quante siano le aziende tedesche (e non) con sede legale in Germania che esportano o che detengono intensi rapporti finanziari col Regno Unito; le stime generali sono comunque nell’ordine delle migliaia, ma lo Spiegel alza mestamente le braccia rivelando che il numero esatto è impossibile da stimare.

Tuttavia si sa per certo che il numero di aziende tedesche o di loro filiali, che fabbricano prodotti in Gran Bretagna, è nell’ordine delle 2.500 unità. Anche qui una stima certa è difficile, se non impossibile, da fornire al lettore. Quel che si sa è che per esempio la multinazionale farmaceutica della Bayer, fondata in Germania, da tempo si è portata avanti col lavoro ed ha immaginato uno scenario agghiacciante in caso di hard Brexit senza agreement e con gli odiati dazi: file chilometriche di camion incolonnati a Dover in attesa del via libera da parte della locale agenzia doganale. Il problema (uno dei tanti) per la Bayer è che essa lascia trasportare via camion anche i cosiddetti agenti di contrasto farmaceutici per la diagnosi di malattie tramite raggi x. Il discorso è che questi farmaci, sebbene siano trasportabili in celle frigorifere, sono deperibili e dei lunghi tempi d’attesa potrebbero, sempre secondo l’ottica della rinomata azienda farmaceutica, danneggiarli irreparabilmente.

Questo è solo uno dei numerosi scenari descritti dallo Spiegel, che ricordiamo essere uno dei quotidiani tedeschi più letti in Germania. Dando sempre voce a quei analisti tedeschi fautori dell’Unione Europea, scopriamo come il settore automobilistico risulterebbe quello più danneggiato in caso di una definitiva bocciatura degli accordi faticosamente trovati dal Primo Ministro britannico Theresa May con le istituzioni europee. Nel caso perciò in cui la Camera dei Comuni propendesse definitivamente per un distacco “violento” e “disordinato” del proprio paese dal Continente, dando inizio ad una guerra commerciale reciproca, a pagarne le maggiori spese sarebbero le case automobilistiche tedesche. Per esempio la BMW ha perfino paventato il rischio che l’intera catena di produzione delle proprie auto negli stabilimenti dislocati in UK potrebbe fermarsi. Questo perchè per assemblare, poniamo, i motori dei veicoli, la BMW necessita di piccole parti provenienti da altri paesi UE. Nel caso in cui venissero introdotti dei dazi, sarebbe molto costoso per loro importarli, senza contare ancora una volta i lunghi ed imprevedibili tempi d’attesa che potrebbero pregiudicare il completamento degli ordinativi secondo le scadenze prefissate. I prezzi finali di vendita potrebbero aumentare, il che potrebbe a sua volta far diminuire la possibilità di vendita di auto nuove di zecca ai consumatori britannici, costretti inoltre ad acquistare con una sterlina svalutata veicoli ben più costosi rispetto ad un tempo. Questi sono solo alcuni dei fattori di disturbo – Störfaktoren  finalmente ammessi da alcuni giornali tedeschi come appunto lo Spiegel dopo anni di negazionismo economico.

A dar man forte alle preoccupazioni dei ceti produttivi tedeschi, da anni esposti in maniera esagerata all’export estero nonostante le indicazioni di diversi economisti ad incentivare la domanda interna, ci ha pensato anche l’Istituto dell’Economia Tedesca, das Institut der Deutschen Wirtschaft. Le sue stime danno i costi annuali per l’economia tedesca legata ad una probabile hard Brexit a 3 miliardi di Euro, di cui il 60% sarebbe da accollare al solo settore automobilistico. Secondo l’Istituto, nel caso in cui si realizzasse il peggior scenario immaginabile, le esportazioni tedesche verso l’UK potrebbero perfino dimezzarsi. Se si tiene conto che gli 85 miliardi di Euro annuali citati anche dallo Spiegel ammontano a circa il 6,6% del totale dell’export tedesco, qualcuno a Berlino dovrebbe seriamente iniziare a preoccuparsi. Le stime sono comunque ancora imprecise, vista la continua incertezza politica, ma il calo del solo Pil tedesco potrebbe arrivare al 5,5%, aprendo le porte ad una recessione in Germania che fino a poco tempo fa sarebbe stata considerata fantascienza. Comunque sia dal 2016 al 2017 le esportazioni verso la Gran Bretagna sono già calate del 2%, cifra che potrebbe essere considerata un preludio a ben più fosche previsioni per il futuro.

In ogni caso, come detto e ripetuto, stime attendibili non ve ne sono. Un anno fa, esattamente il 17 marzo 2018, era stato dato conto di come secondo ulteriori calcoli, ancora una volta riportati dalla stessa stampa tedesca e non da qualche imprecisato organo straniero ostile a priori alla Germania, i costi annuali per l’economia tedesca in caso di introduzione di barriere doganali ammonterebbero a 9 miliardi di Euro. A prescindere dalle cifre più o meno precise, quel che è certo è che il mito dell’invincibilità  dell’economia tedesca sta venendo picconato dalla Brexit, che con tutta probabilità causerà una recessione interna alla Germania, che poi si estenderà all’intera Unione Europea mai uscita veramente dalla crisi iniziata nel 2008. In secondo luogo le aziende tedesche maggiormente esposte con le esportazioni, che subiranno un inevitabile calo verso l’UK, saranno costrette a trasferire i propri impianti industriali dal Regno Unito ad altri paesi europei (magari in quelli dell’Est), con i relativi costi, o magari a chiuderli per concentrarsi su altri mercati, e nel caso peggiore ad operare licenziamenti nell’ordine delle centinaia di migliaia di lavoratori, fino a quel momento impiegati. E’ uno scenario da film dell’orrore; se poi aggiungiamo la Deutsche Bank, piena zeppa di migliaia di miliardi derivati, che sarà costretta (su ordine governativo) a fondersi con un altro cronico malato bancario come la Commerzbank, e i populisti dell’Afd che continueranno a fare il pieno di voti nelle regioni orientali (quelle più povere), il paese, un tempo considerato il più stabile d’Europa, potrebbe presto trasformarsi in una Weimar 2.0.

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