Germania europea o Europa tedesca?

Tra qualche giorno i cittadini dei 28 paesi UE sapranno con esattezza come sarà composto il nuovo Parlamento europeo; se ad aumentare esponenzialmente i consensi saranno i cosiddetti sovranisti, oppure se la maggioranza tra democristiani europei e socialdemocratici, che finora ha retto le sorti dell’Europa, reggerà anche per i prossimi 5 anni. Anche nel paese considerato la locomotiva d’Europa, ossia la Germania del quarto governo Merkel, queste elezioni europee assumono un significato particolare. I locali partiti europeisti non hanno infatti perso occasione nelle ultime settimane per calcare la mano e dipingere il consueto rinnovamento del Parlamento europeo come una lotta apocalittica tra i moderati e progressisti, che difenderebbero i diritti e la presunta prosperità dei cittadini, da una parte e dall’altra i populisti di destra, verso cui gli epiteti di razzisti e nazisti si sprecano.

Esasperazioni a parte, la campagna elettorale per le europee in Germania è stata caratterizzata da un immobilismo tipico di chi, come il cittadino tedesco della strada, non desidera affatto mettere in discussione un impianto normativo, e soprattutto economico, europeo che ha permesso alla Germania di passare dal ruolo di “grande malato d’Europa” negli anni ’90 a quello di locomotiva, almeno così dice la vulgata. Grazie ad un Euro troppo debole per l’economia tedesca le esportazioni sono decollate, facendo sforare (illegalmente secondo i Trattati Europei) il limite del 6% nel surplus delle partite commerciali. Peccato che nessun partito governativo, ossia la CDU e la SPD assieme ai bavaresi della CSU, abbia fatto autocritica durante questa ennesima campagna elettorale ingessata. Né tantomeno i verdi, che i sondaggi danno addirittura al secondo posto col 19% dei voti, hanno mai minimamente fatto riferimento alle distorsioni causate dalla moneta unica; uno dei partiti più antichi di Germania, dal momento che è rappresentato al Bundestag dai lontani anni ’80, i verdi si sono da sempre caratterizzati per un europeismo spinto, tanto da non aver mai nascosto la loro ambizione a creare i fantomatici Stati Uniti d’Europa. Come accennato, i rilevamenti d’opinione li danno col vento in poppa, tanto che da tempo hanno soppiantato i socialdemocratici della SPD, tuttora al  governo con la Merkel, nelle preferenze dei cittadini progressisti.

La SPD appunto, o detto altrimenti il più antico partito socialdemocratico del mondo, da anni sta attraversando una grave crisi d’identità e di consensi, in linea d’altronde con quanto sta avvenendo con gli altri partiti governativi di sinistra nel resto d’Europa. Eppure in politica estera ha tentato, fallendovi, di creare le basi per un’unione fiscale ed una condivisione dei debiti con i paesi mediterranei, cercando anche negli ultimi mesi di appoggiare il piano di Macron per una riforma strutturale dell’Unione Europea. Tutto inutile a causa dei numerosi e convinti Nein! della Signora Merkel e del suo entourage interno al partito della CDU. In politica interna già nel 2013 aveva portato a casa l’importante traguardo del salario minimo da 8,50 € (lordi) l’ora, che fino a quel momento in Germania ancora mancava. Appunto tutto inutile a detta dei sondaggi, che danno la SPD al 16%, tallonata a destra dall’Afd col 12%. Evidentemente hanno pesato come macigni, soprattutto nelle regioni orientali ex DDR maggiormente impoverite dalla riunificazione, l’appoggio incondizionato alle politiche di accoglienza dei migranti da parte della Signora Merkel nell’estate del 2015.

Dicevamo che il dibattito, ma soprattutto l’autocritica sui mezzi d’informazione tedeschi e tra i partiti europeisti, stenta a decollare. Se non in ristretti ambiti accademici, difficilmente raggiungibili dalla popolazione, una vera discussione sull’Euro ed il futuro dell’Unione Europa manca. Sarà forse per questo che, sempre secondo i sondaggi, la CDU ed il partito fratello bavarese della CSU si confermano al primo posto con circa il 32% delle intenzioni di voto. Altri partiti minori come i liberali, i quali anch’essi in politica estera europea non si distinguono fattualmente né dai verdi né dai partiti governativi, e la sinistra della Linke non arrivano nemmeno al 10%. Pertanto l’unico partito d’opposizione verrebbe rappresentato dall’Alternative für Deutschland, ovvero quell’alternativa per la Germania che tanti cittadini stanno cercando dopo più di un decennio di incontrastato dominio Merkel. Per il governo italiano potrebbe essere interessante avere una sponda tedesca in fatto di contrasto all’immigrazione, visto che l’Afd raccoglie la maggior parte dei propri consensi proprio facendo leva sull’aspra critica nei confronti delle politiche d’accoglienza tedesche degli ultimi anni. Tuttavia, così come sta accadendo con i populismi di destra nell’Europa orientale, questi movimenti non vedono di buon occhio lo sforamento dei parametri di Maastricht sul deficit al 3%, che il governo italiano avrebbe almeno solo a parole auspicato.

Inoltre le origini dell’Afd si collocano in quell’ambito accademico, profondamente anti-Euro, che nel 2013 aveva contribuito in maniera decisiva a fondare questo partito, all’epoca ancora movimento, al fine di usarlo come strumento di resistenza contro i previsti trasferimenti finanziari verso i paesi dell’Europa meridionale e contro il meccanismo dei fondi europei salva-stati. Come motivazione principale venne addotta la contrarietà a pagare con le tasse dei contribuenti tedeschi quelli che venivano, e vengono tuttora, considerati gli eccessi tipici dei Paesi latini. Nel frattempo la leadership del partito è passata dai professori d’economia ai politici di professione, ma l’avversione verso il salvataggio di quelle che vengono ancora adesso considerate le “cicale” d’Europa, pregiudizio spesso infondato ma condiviso dalla maggioranza degli stessi cittadini tedeschi, permane.

Anche se il vero pericolo per l’Italia, a prescindere dalla colorazione politica dei futuri nostri governi, è il rischio che i vertici di tutte le maggiori istituzioni europee vengano occupate da politici ed economisti tedeschi, ferocemente critici dello sforamento dei bilanci e del tutto convinti di andare allo scontro finale contro i populisti. In primis è data per altamente probabile la nomina a Presidente della Commissione europea, organo tecnocratico in grado di buttare al macero manovre finanziarie nazionali sgradite e soprattutto di respingere le mozioni del Parlamento europeo che non “vanno bene”, di Manfred Weber, politico bavarese di lungo corso alla CSU. Senza contare che da anni l’eminenza grigia del Presidente della Commissione Juncker viene considerato un altro tedesco, l’esperto tecnocrate Martin Seymar, mentre un altro importante politico CDU come Günther Oettinger da anni è stabilmente addentro la Commissione come capo del reparto Bilancio. Entrambi i tedeschi verrebbero confermati in caso di stabile maggioranza europeista. In secondo luogo in ottobre verranno rinnovati i vertici della BCE, con l’acerrimo nemico tedesco di Mario Draghi dato per favorito alla sua successione. Stiamo ovviamente parlando di Jens Weidmann, attuale Presidente dalla Banca Centrale tedesca e da sempre contrario al Quantitative Easing di Mr. Mario. Ma il dulcis, o l’amaro, in fondo arriverebbe con la nomina perfino di Angela Merkel, auspicata dallo stesso Juncker in una recente intervista, a capo del Consiglio europeo, organo esecutivo che raccoglie i Primi Ministri dei vari Paesi europei, dopo la prevista scadenza del mandato da parte del polacco Tusk. Sarebbe un en plein tedesco, foriero di gravi conseguenze per qualsiasi governo italiano, il quale dovrebbe a quel punto trovare urgentemente delle alleanze a livello continentale.

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