La Brexit britannica e la recessione tedesca si avvicinano

Per chi da almeno l’anno scorso sta seguendo con continuità questo piccolo spazio virtuale, sa bene quanta attenzione sia stata data alla Brexit britannica ed alle sue nefaste conseguenze per l’economia tedesca. Gli articoli scritti sul tema sono così numerosi che verrebbe considerato uno sforzo esagerato per il povero lettore riportare ora nei dettagli tutte le argomentazioni, con relativi dati macroeconomici, già pubblicate nei mesi precedenti. Pertanto mi limito per adesso a riprendere il filo logico della discussione, interrotto con un mio ultimo articolo pubblicato in questa sede in data 18 maggio. Man mano poi che eventuali ulteriori conclusioni verranno dimostrate, con l’aggiunta di notizie fresche non propriamente esaltanti per la Germania, potrei riprendere vecchi fatti già da me (e lo dico non senza un pizzico d’orgoglio) scoperti più di un anno fa.

Dicevamo appunto che l’ultimo contributo dall’eloquente titolo “3 segnali inquietanti per la Germania” era stato pubblicato su questo blog sabato 18 maggio. La data era importante dal momento che ci trovavamo ad una settimana fa di distanza dalle elezioni generali per il rinnovamento del Parlamento Europeo. I 3 segnali inquietanti per la Germania provenienti dall’altra parte della Manica erano essenzialmente 3: la sempre più probabile vittoria del nuovo partito pro Brexit di Farage, fondato qualche settimana prima e già dato al 34%; la rottura nelle negoziazioni tra il leader laburista Corbyn e l’allora Primo Ministro conservatore May per un’eventuale soft Brexit con accordo tra il Regno Unito e l’Unione Europea; ed infine il sempre più imminente comeback del brexiteer duro e puro, il conservatore (nonché russofobo doc) Boris Johnson. Badi il lettore che quando scrissi quel breve articolo sui 3 segnali summenzionati, essi non si erano ancora verificati. Tuttavia una settimana dopo quella pubblicazione Theresa May perse rovinosamente le elezioni europee in UK, facendo sprofondare il partito conservatore ad un agghiacciante 11% di consensi, o detto altrimenti al peggior risultato elettorale per i tories da quando vennero fondati più di 300 anni fa. Dall’altra parte, come ampiamente previsto dai sondaggi da me riportati, il neo partito secessionista di Farage, fondato da poco nella città martire[1] di Coventry, si era confermato al primo posto. Infine ancor prima che uscissero i risultati ufficiali delle elezioni, complice anche la lettura di diversi report messi gentilmente a disposizione dal MI6, Theresa May decise di dimettersi dalla carica di Primo Ministro britannico tra le lacrime, lasciando il posto al suo rivale interno Boris Johnson, da sempre fautore di una Brexit anche senza accordi con le istituzioni europee. Tutto era andato come da copione, insomma.

La domanda che dovrebbe sorgere spontanea a questo punto è la seguente: cosa c’entrano questi avvenimenti interni alla Gran Bretagna con l’attuale situazione economica della Germania? Inoltre perché quei 3 eventi erano stati da me definiti in maggio come dei segnali inquietanti per quest’ultimo Paese? Ebbene per poter almeno tentare di fornire una risposta esaustiva al lettore medio italiano, che in queste ore o sta ritornando dalle vacanze di Ferragosto oppure sta seguendo inquieto le consultazioni (farsa[2]) per il nuovo governo italiano, dovrò per forza di cose fare qualche passo indietro, anche se non di molto. Infatti all’inizio di quest’anno, esattamente in gennaio, decisi di dedicare ben 6 puntate, vista la mole sull’argomento, alla Brexit, da me personalmente considerata come uno degli eventi politici che gli storici del futuro considereranno tra i più importanti per l’umanità, al pari dell’11 settembre o della guerra in Iraq per intenderci. Lo speciale era stato appunto diviso in 6 parti: uno di introduzione generale, uno concernente le conseguenze per l’economia tedesca, uno  sugli inevitabili effetti interni per il Regno Unito, uno sulla situazione particolare e per certi versi drammatica che coinvolgerà l’Irlanda del Nord, uno sui futuri riposizionamenti britannici che secondo il mio modesto parere ci condurranno alla guerra calda con la Russia, ed infine il sesto vertente sulle miopi politiche dell’oramai ex governo italiano del (presunto) cambiamento.

In questo contesto l’unica parte che ci interessa è la seconda, ossia quella che mostra come una sempre più probabile hard Brexit picconerà con violenza il sistema economico tedesco. Da mesi, se non da almeno 2 anni, ogni volta che tratto di Brexit, ricordo, sempre con i doverosi dati economici alla mano, come l’export annuale di beni e servizi della Germania nei confronti del Regno Unito ammonti alla notevole cifra di 85 miliardi di Euro. Detto altrimenti: il Regno Unito è il quarto Paese al mondo destinatario dell’export tedesco; al primo posto si collocano gli Stati Uniti, a seguire il vicino occidentale della Francia, mentre al terzo posto si situa la Cina. Noi italiani siamo al sesto posto come nazione destinatrice di merci provenienti dalla Germania. Dall’altra parte ovviamente anche la “Perfida Albione”, in virtù dell’assenza di dazi legata all’adesione al Mercato Unico Europeo, esporta in abbondanza verso la Germania. Tuttavia i beni esportati verso la “locomotiva d’Europa” sono intorno ai 61 miliardi di Euro, una cifra ben inferiore rispetto al fatturato di 85 miliardi già visto sopra. Questo significa che in termini macroeconomici il Regno Unito è un importatore netto rispetto alla Germania, nel senso che da questa nazione importa molto di più rispetto a quanto esporti. Come già ripetuto in diversi contributi precedenti fino quasi alla noia, nel caso in cui si dovesse verificare una Brexit disordinata, ossia senza un nuovo accordo concordato (e soprattutto ratificato dalla House of Commons) tra il governo britannico e le istituzioni europee, la conseguenza inevitabile sarà l’uscita dell’UK dal Mercato Unico Europeo, la sua adesione alle regole internazionali sul commercio regolate dal WTO, ma soprattutto le misure più foriere di gravi conseguenze economiche saranno l’inevitabile introduzione di dazi e tariffe reciproci.

Sempre nella seconda parte pubblicata in gennaio, ricordavo con fonti istituzionali alla mano, consultabili da chiunque sulla rete, come degli 85 miliardi di Euro esportati dalla Germania in Gran Bretagna, la maggior parte si riferisca all’industria automobilistica. Se si considera che sempre in Germania un lavoratore su cinque è impiegato, direttamente od indirettamente per via dell’indotto, in questo settore, allora forse si riesce a comprendere l’enormità del pericolo. Faccio poi notare, da ignorante di economia quale sono, come anche l’inevitabile svalutazione della sterlina conseguente ad una Brexit “caotica” avvantaggerà comunque le imprese britanniche più orientate all’export verso l’Europa, ed in generale verso il resto del mondo, dal momento che consentirà loro di vendere i propri prodotti nei mercati internazionali (di cui non farà parte l’Europa a quel punto alle prese con una recessione generale ben più pesante rispetto a quella del 2008) con una moneta più conveniente e debole per loro. E’ in pratica quello che sta avvenendo da più di 10 anni con lo stesso Euro, moneta unica svalutata per la Germania che guarda caso, da vero malato d’Europa secondo l’Economist alla fine degli anni ’90, ha scalato il primo posto mondiale come potenza esportatrice. Invece per noi italiani, ma anche per la Francia, nonostante i surplus commerciali che hanno caratterizzato perfino i nostri bilanci negli ultimi anni, la moneta unica europea rimane ancora oggi troppo forte per le nostre esportazioni.

In secondo luogo se al 31 ottobre (giorno di Halloween dal valore esoterico altamente simbolico per i Paesi anglosassoni) il governo britannico dovesse proclamare il recesso unilaterale dall’Unione Europea, la svalutazione, anche a 2 cifre, della sterlina comporterà un aumento dei prezzi notevole per i consumatori britannici, che a quel punto potrebbero non riuscire a permettersi di comprare beni importati dalla Germania e dal resto dell’Unione Europea; tuttavia le isole britanniche avranno l’indubbio vantaggio di godere dell’accesso privilegiato ai mercati emergenti dell’Africa e dell’Asia, anche grazie al comune retaggio coloniale e alla presente aderenza di diversi Paesi al Commonwealth di Sua Maestà. Pertanto l’economia britannica potrà importare beni alimentari e di altro tipo da altre nazioni secondo le tariffe regolate dal WTO (per chi non lo sapesse, acronimo inglese dell’Organizzazione Mondiale del Commercio), volute a loro volta dall’establishment anglosassone di Washington e Londra sul finire degli anni ’90. Invece una piattaforma ancora fortemente industriale, come quella tedesca, che ancora nel 2020 ricaverà il 40% del suo fabbisogno energetico dall’inquinante lignite (leggi carbone) e che, nonostante gli avvertimenti illustri di Premi Nobel dell’Economia come gli americani Stiglitz e Krugmann (per citarne solo due), non ha mai rotto la sua dipendenza dall’export, non potrà di certo evitare l’iceberg della recessione e dei licenziamenti di massa. Questo anche perché di fronte ad un mercato interno britannico composto da milioni di consumatori non più in grado di permettersi i prodotti made in Germany, troppo costosi a causa della svalutazione interna della sterlina vista sopra, a quel punto a chi dovrebbero rivolgersi le grandi e piccole aziende tedesche dipendenti dall’export? All’Italia dal 2011 messa in riga dalle austerità imposte da Berlino e Bruxelles, da cui ogni anno emigrano almeno 250mila disoccupati? Alla Francia assediata ormai da un anno dalle proteste dei gilet gialli? Alla lontana Spagna in cronica crisi di governo e con il 40% di disoccupazione giovanile? Lascio all’intelligenza dei lettori di trarre le eventuali conclusioni che riterranno opportune. Infine, come già da me ricordato sempre nel medesimo articolo di gennaio, il Regno Unito, al contrario della Germania ancora fortemente industrializzata (caso unico in Europa), da 30 anni è un Paese finanziario e maggiormente legato ai servizi digitali del futuro rispetto al rigido gigante d’argilla tedesco. Ergo sarà meno soggetta ad un crollo degli ordinativi legato a sua volta ad una crisi dell’export, come invece avverrà in Germania.

(…continua)

 

[1] Città martire nel senso che venne quasi completamente rasa al suolo durante un raid tedesco della Luftwaffe nel 1940. Fondare il neo partito per la Brexit in quella stessa città distrutta dai tedeschi non è stata quindi una scelta casuale per il leader Farage.

[2] Che siano l’ennesima farsa italica lo spiegherò con calma in prossimi contributi.

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