I sassoni e la loro storia

Nella puntata precedente abbiamo presentato la regione orientale della Sassonia nella sua versione, diciamo, turistica o, potremmo anche dire, friendly per il pubblico. In questo secondo ed ultimo contributo, invece, cercheremo di tratteggiare un quadro storico della regione, e delle caratteristiche dei suoi abitanti, partendo dai tempi cosiddetti oscuri di millenni fa per arrivare ai giorni nostri, in verità anch’essi non sempre lucenti. Nell’Alto Medioevo l’antico Regno di Sassonia era molto più esteso rispetto all’odierno Land federale, comprendendo parti dell’attuale regione del Nordrhein – Westfalen e delle città stato di Amburgo e Brema. La storia del popolo sassone è anche una storia di eterne ribellioni ed al tempo stesso di eventi sfortunati, che durano fino ai tempi a noi contemporanei. Sempre tornando indietro ai (presunti) secoli oscuri del Medioevo, potremmo scoprire come i sassoni fossero stati definitivamente convertiti al Cristianesimo solo grazie alle spade insanguinate di Carlo Magno, fondatore del Sacro Romano Impero o del Primo Reich che dir si voglia, il quale già all’epoca tentò fallendo di riunificare l’Europa sotto un unico tetto egemonico. Gli antichi sassoni combatterono aspramente, persero venendo spesso massacrati dalle truppe carolingie, ma con tutta probabilità furono i nemici che più diedero del filo da torcere all’uomo politico forte dell’epoca, passato poi alla storia.

I secoli passarono inesorabili e la parte settentrionale della Sassonia, corrispondente all’odierna regione federale della Sachsen – Anhalt, diede alla luce un altro ribelle, anche lui passato alla storia. Stiamo parlando del monaco Martin Lutero, che con le sue 95 Tesi affisse a martellate alla chiesa di Wittenberg avrebbe iniziato la lacerante, ed anch’essa sanguinaria, operazione di distaccamento di una parte della Germania, quella appunto protestante, dalla Roma cattolica. I risultati si vedono ancora oggi. Piuttosto ribelli questi sassoni, ancora all’epoca dominati da principi elettori indipendenti in una Germania non ancora riunificata dai fucili prussiani. Ribelli, dicevamo, ma anche sfortunati. Un altro uomo entrato nella leggenda, il piccolo cannoniere Napoleone Bonaparte assunto a capo di Francia, riuscì a convincere il principe elettore Federico Augusto III ad appoggiare le sue campagne militari e ad allearsi con lui. La Sassonia fu l’unico regno tedesco a combattere fin da subito a fianco delle truppe francesi, che a più riprese avrebbero invaso lo spazio territoriale tedesco. Per la sua fedeltà Federico Augusto III venne proclamato, anzi si autoproclamò come lo stesso Napoleone nel frattempo divenuto Imperatore, re di Sassonia col titolo di Federico Augusto I. Il re umanista che governava la Firenze sull’Elba, la rinascimentale e barocca Dresda, si sarebbe poi scusato con il Bonaparte per il tradimento delle sue truppe sassoni, le quali durante la decisiva battaglia di Lipsia (sempre in Sassonia) nel 1813 da alleati dei francesi all’improvviso cambiarono idea e girandosi iniziarono a sparare contro i loro (ex) amici.

La decisiva battaglia di Lipsia, definita delle nazioni per la presenza sul campo di truppe provenienti da ogni angolo d’Europa, aveva significato l’inizio della fine per l’Impero francese del corso Bonaparte, il quale avrebbe infine perso definitivamente la sua guerra a Waterloo in Belgio. Per la sua fedeltà, oggi qualcuno li accuserebbe di collaborazionismo col nemico invasore, i sassoni persero i territori più settentrionali ed iniziarono ad entrare nell’orbita della Prussia di Berlino e Potsdam, vera caserma d’Europa, che da lì a qualche anno l’avrebbe annessa al Secondo Reich bismarckiano, proclamato nella reggia di Versailles nel 1871 dopo la vittoria sulla Francia imperiale di Napoleone III. Il regno di Sassonia esisteva ancora ma deteneva poteri meramente formali, come per esempio quello di intrattenere relazioni internazionali con altri stati sovrani. Il vero controllo fattuale passò nelle mani del casato prussiano degli Hohenzollern, la cui parabola sarebbe finita con la Repubblica di Weimar del 1919, che li avrebbe costretti all’esilio, dopo averli defenestrati. Sarebbero passate poi due guerre mondiali, intervallate dalla sfrenata ed incosciente decadenza della babilonese Berlino e dall’ascesa dei nazisti, per dare il colpo di grazia alla perla della Sassonia, la sua storica capitale Dresda.

La notte tra il 13 ed il 14 febbraio del 1945 segnò uno spartiacque nella storia di Dresda, della Sassonia, della Germania e forse anche dell’intera Europa, già sconvolta da 6 anni di guerra. Stormi di locuste volanti, dette volgarmente bombardieri britannici ed americani, sganciarono migliaia di tonnellate di bombe incendiarie sulla città, fino a quel momento considerata una delle meraviglie della Germania. Il risultato fu tragico ed è visibile, seppur parzialmente, anche 70 anni dopo. Venne quasi completamente distrutto il centro storico, gravemente danneggiata la storica residenza reale dello Zwinger, ma il vero simbolo della città sull’Elba, ossia la chiesa barocca della Frauenkirche, venne ridotta ad un cumulo di macerie, mentre la statua di Lutero, situata di fronte ad essa, cadde rovinosamente al suolo. Fu un attacco terroristico per alcuni, un crimine contro l’umanità al pari di Auschwitz ed Hiroshima per altri, mentre gli alleati giustificarono l’attacco contro, a loro modo di vedere, un ancora funzionante snodo di comunicazione per le truppe tedesche. In verità nella Dresda del 1945, oltre alle fabbriche di armamenti, erano presenti anche decine di migliaia di profughi tedeschi orientali in fuga dall’avanzata sovietica proveniente dalle steppe dell’est e che proprio a Dresda speravano di trovare rifugio. Anche sui numeri delle vittime si è discusso, ed anche litigato, aspramente negli ultimi 70 anni. Le stime più precise degli storici danno come circa 25mila morti il risultato di quel bombardamento a tappeto su una città, peraltro già indifendibile dalla contraerea tedesca. Tuttavia, per dare maggior risalto al crimine alleato, i propagandisti nazisti avevano pensato bene di aggiungere uno 0 alla cifra, tanto che perfino uno statista democristiano come Adenauer ancora dopo la guerra ebbe a dichiarare pubblicamente che a Dresda morirono 250mila persone.

Nel frattempo la guerra finì, la Germania venne divisa tra gli alleati e la Sassonia passò dalla parte “sbagliata” della storia, per la terza volta dopo la storica sconfitta dell’alleato Napoleone e l’ancora caldo bombardamento punitivo per la propria fedeltà al Terzo Reich. La Sassonia si scoprì infatti all’improvviso comunista ma lo spirito ribelle covava ancora sotto le ceneri. L’insofferenza al potere centrale di Berlino (Est) aumentò sempre di più e furono proprio le medesime chiese, che 400 anni prima avevano operato la rivoluzionaria secessione religiosa dalla Roma delle indulgenze, a porre le basi per un’altra rivoluzione, questa volta politica. Furono protagoniste soprattutto due chiese situate in altrettante città: la Katholische Hofkirche di Dresda ma ancor di più l’evangelica Nikolaikirche di Lipsia. All’interno di quelli spazi, liberati per un attimo dall’asfissiante controllo del regime comunista, si ritrovarono persone provenienti dalle realtà più disparate: vecchi fedeli al Cristianesimo che necessitavano della pace interiore per pregare, uomini e donne che cercavano un aiuto per poter emigrare all’Ovest, ma anche giovani che rifiutavano di svolgere il servizio militare, ambientalisti che volevano fermare la distruzione dell’ambiente causata da un’industrializzazione dogmatica, pacifisti contrari alla corsa agli armamenti, ed infine semplici cittadini che volevano restare nella DDR per poter cambiare le cose. L’effetto fu dirompente, la rivolta nata in Sassonia (e non affatto nella burocratica Berlino) si espanse al resto della Germania Est. Sempre più numerose le folle, che si assiepavano alle settimanali dimostrazioni pubbliche dei lunedì, gridavano: “Noi siamo il popolo! Wir sind das Volk!”. La nomenklatura di Berlino capì, seppur in ritardo, che i giorni erano contati e che il russo (ed odiato) Gorby era più che mai deciso a smantellare il Muro ed a permettere così la riunificazione delle due Germanie.

Lo ripetiamo: i sassoni sono ribelli, periferici ma anche molto sfortunati. La Germania occidentale, capitalista e filo-americana, si inghiottì in un sol boccone i fratelli (forse sarebbe più corretto definirli cugini) orientali. Nel giro di pochi giorni la parità tra i 2 marchi rese insostenibile la prosecuzione di molte attività economiche; con la scusa della bassa concorrenza venne chiusa la maggior parte delle fabbriche, una volta orgoglio della DDR, oppure (s)vendute per pochi soldi ai nuovi conquistatori, questa volta provenienti da ovest. Aumentò a dismisura la disoccupazione, che in breve tempo arrivò a 2 cifre, e con essa la frustrazione e la rabbia. Gli Ossis, termine nato non a caso in quelli anni per definire gli sfortunati tedeschi dell’est, si sentirono presi in giro ed umiliati dagli arroganti e ricchi vicini dell’ovest, i Wessis. Sempre negli anni ’90 nasce la Ostalgie, la nostalgia verso il passato comunista, antidemocratico e paranoico sì, ma che al tempo stesso obbligava tutti i cittadini a lavorare e che garantiva a tutti case, scuole, università ed asili a titolo completamente gratuito. Intanto negli ultimi anni vengono pompati soldi a non finire verso l’est ed alcuni risultati si iniziano ad intravedere, soprattutto nel campo dei trasporti. Ancora adesso nella Germania locomotiva d’Europa i tram elettrici si vedono quasi esclusivamente nelle città orientali ex comuniste, mentre nell’Ovest a libero mercato la fa da padrone il trasporto su gomma, molto più inquinante. Al tempo stesso nel 2005 la Frauenkirche viene ricostruita ed esso viene considerato un atto molto simbolico per la Sassonia, dopo che per quasi 60 anni le sue macerie erano rimaste volutamente lì nel luogo di morte e distruzione, a futuro monito contro la potenza distruttiva della guerra.

I sassoni, eterni ribelli, continuano però a muovere guerra contro Berlino, la capitale politica del nuovo attivismo tedesco in Europa. Questa volta i figli e i nipoti dei ribelli della DDR ritornano in piazza per protestare contro l’islamizzazione d’Europa, i profughi, veri o presunti non importa, a favore di un maggior avvicinamento con la Russia e soprattutto contro la classe politica che a loro parere li avrebbe abbandonati a 30 anni dalla riunificazione. Sono meno speranzosi, più disincanti e soprattutto più poveri rispetto al 1989. Spesso vivono solo grazie all’Hartz IV introdotto negli anni ’90 dai “traditori del popolo” (Volksverräter), come loro definiscono i socialisti e gli altri partiti governativi. Solo lo slogan “Wir sind das Volk!” continua ad essere scandito come una volta. Molti di loro hanno il dente avvelenato con la Ossie più famosa del mondo, quella Angela Kasner (ex) sposata in Merkel, nata nel vicino Meclemburgo. La sua colpa principale sarebbe stata quella di essersi scordata della sua gente, mentre avrebbe aperto le porte ad 1 milione di siriani. Anche qui non sarà un caso come il maggior bacino di voti dell’Afd e della Linke, gli unici partiti d’opposizione in Germania, provenga dai Länder orientali come la stessa Sassonia. Se qualcuno dei politici tedeschi spendesse meno tempo a cinguettare su Twitter per sfogliare invece qualche libro di storia, forse capirebbe come le prime timide proteste nate in Sassonia sono spesso confluite in rivoluzioni, da cui nessun governo tedesco è riuscito a tornare indietro.

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