Ancora Brexit 6/6 – Il governo italiano è nudo

In quest’ultimo contributo sul fenomeno geopolitico più importante degli ultimi dieci anni, la Brexit britannica, voliamo finalmente bassi e vedremo di atterrare sulla pista d’atterraggio il prima possibile, ma senza gli applausi di rito dei passeggeri italici. Sulla secessione inglese dall’Unione Europea tante cose si son dette ed altrettante sarebbero ancora da dire, ma in quest’ultima puntata preferiamo soffermarci sul fenomenale governo italiano, per arcani motivi autodefinitosi del cambiamento, e sulla sua definitiva calata di maschera sull’impossibilità di attuare una vera politica sovranista. Chi scrive non ha mai pensato, nemmeno in tempi non sospetti, che un’eventuale alleanza tra la Lega ex Nord ed i grillini, manovrati a distanza dalla Casaleggio Associati, potesse cambiare gli equilibri di forza tra l’Italia e gli altri Paesi europei. Il problema è che molti italopitechi, per adoperare una dura ma efficace invenzione linguistica del mitico Lambrenedetto XVI, hanno creduto e credono ancora adesso che questo sia il loro governo, quello del cambiamento in contrapposizione a quello diretta emanazione delle èlite. Ebbene anche ai più ciechi il comportamento istituzionale tenuto dal governo del cambiamento sul tema della Brexit dovrebbe far aprire loro gli occhi, anche se lo scetticismo permane. Promettiamo di essere brevi e circoscritti, poichè lo scopo principale di questo spazio virtuale è di trattare argomenti seri. In tema di inesistenza nei due partiti governativi del desiderio di staccarsi dall’Europa, o perlomeno di abbandonare l’Euro per tornare alla Lira, basterebbero in verità due prove documentali, anzi per essere precisi una scritta e l’altra audiovisiva. In un paese come l’Italia, dove storicamente il popolo legge poco e con “la borghesia più ignorante d’Europa” (citazione di Pasolini messa in bocca ad Orson Welles nel film “La Ricotta”), non c’è affatto da sorprendersi che la maggioranza delle comunicazioni pubbliche da parte del cosiddetto ceto politico verso la sua popolazione avvenga tramite i social. In questo tuttavia, se pensiamo a Trump, potremmo ammettere di essere in buona compagnia. In data 23 giugno 2016 il leader grillino Luigi Di Maio, dall’anno scorso vicepremier non laureato e Ministro del Lavoro nonostante non abbia mai lavorato se non come steward allo Stadio San Paolo di Napoli, rispondendo alla domanda se anche l’Italia dovrebbe uscire dalla UE, ha scritto (o fatto scrivere da qualche suo collaboratore) che “il Movimento 5 Stelle è in Europa e non ha nessuna intenzione di abbandonarla”. L’adamantina dichiarazione sul desiderio di rimanere in Europa, per cambiarla dall’interno, era stata messa nero su bianco sul suo profilo Facebook ed è ancora oggi visibile. Dimenticavamo quasi di aggiungere che essa era stata rilasciata qualche ora prima del referendum sulla Brexit. L’altro vicepremier (evidentemente questo governo ha deciso di averne bisogno di due per unire le rispettive metà cerebrali) Matteo Salvini, anch’egli laureato mancato e collezionatore compulsivo di felpe per tutte le stagioni, durante una conferenza stampa dell’ottobre scorso tuttora presente su Youtube, ha dichiarato chiaro e tondo che “non abbiamo intenzione di uscire nè dall’Euro nè dall’UE”. Basterebbero queste due esternazioni pubbliche per chiudere il discorso. Eppure, come accennavamo all’inizio, la Brexit è la prova definitiva che questo governo è a tutti gli effetti europeista, al pari di quello precedente di Renzi o a quelli di Letta e Monti. Detto chiaramente: se i due partiti politici attualmente al potere in Italia avessero mai voluto destabilizzare l’Unione Europea, minacciando di andarsene o magari ricattandone le istituzioni per avere dei vantaggi soprattutto di carattere economico, la Brexit britannica sarebbe stata la loro occasione perfetta. Anzi, potremmo aggiungere senza timore di venire smentiti, che la secessione inglese sarebbe stata un assist imperdibile per allearsi con la Gran Bretagna, negoziando bilateralmente e senza quindi l’intromissione della Commissione Europea trattati di libero scambio con essa, oppure per adottare strategie comuni con l’attuale governo britannico, in forte difficoltà, con l’obiettivo finale di frantumare definitivamente il progetto di integrazione europea, che a quel punto con la defezione anche di un’Italia filo-britannica sarebbe stato compromesso per sempre. Tutto questo non è stato mai fatto nè tanto meno progettato. Il governo italiano ha anzi approvato tutte le risoluzioni del Consiglio Europeo, rappresentante i governi dei diversi Paesi europei, sulla politica comune da adottare con la Gran Bretagna ed ha più volte dichiarato che è anche interesse dell’Italia che il recesso del Regno Unito dall’UE avvenga nella maniera più ordinata possibile, evitando ad ogni costo lo scenario del No Deal che, come scritto e ripetuto fino alla nausea, andrebbe a danneggiare in primo luogo l’economia tedesca, maggiormente esposta in termini di esportazioni con la Gran Bretagna. Le uniche comunicazioni governative italiane, visibili sul sito della Presidenza del Consiglio, sul tema si limitano a dispensare consigli per i cittadini italiani residenti in UK. Più di questo non c’è da dire e, ad essere onesti, ci manca anche la volontà. Lo scopo di questo blog, oltre a soffermarsi sulla Germania, è appunto quello di parlare di temi seri. Per il resto ad illudere gli eterni tifosi italiani, sono bastate le inutili e dannose esternazioni di Maionese sui gilet gialli francesi, anche se quasi nessuno ricorda più che qualche anno fa lo stesso Movimento 5 Stalle aveva richiesto di entrare nel gruppo dei liberali europei, quello più europeista di tutti e di cui fa parte quel politico belga che la settimana scorsa ha definito (giustamente) Conte un burattino di Di Maio e Salvini, fallendo clamorosamente. Gli stessi hooligans virtuali, che si stracciano le vesti per difendere i loro Quisling (guardate su Wikipedia, please) dalle inevitabili rappresaglie francesi, si saranno con tutta probabilità scordati di come il loro leader maximo Conte durante una serie di incontri istituzionali col francesissimo Moscovici, ovvero quello stesso esponente transalpino che aveva giustificato lo sforamento del 3% del deficit per il suo fragile connazionale Macron, si fosse piegato ai diktat della Commissione Europea, scodinzolando contento con l’osso del 2% del deficit da non sforare, pena sanzioni, tra i suoi denti di latte. In ogni caso per le situazioni d’emergenza si possono sempre incolpare gli stranieri che vivono in Italia da anni, oppure i migranti appena sbarcati in Sicilia. Tuttavia, al netto delle ironie di sicuro non comprese dai patrioti non emigrati, una cosa è certa: il governo del cambiamento, non appoggiando le istanze degli indipendentisti britannici, ha dimostrato per l’ennesima volta di voler rimanere dentro l’Unione Europea e soprattutto dentro l’Euro. La domanda da porsi a questo punto è: fino a quando? Ma fino al prossimo e definitivo saccheggio dei lanzichenecchi, no?
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