Ancora Brexit 5/6 – L’escalation militare con la Russia

Nelle puntate precedenti sulla Brexit abbiamo esaminato i diversi aspetti inerenti alla scelta britannica di abbandonare l’Unione Europea. In primo luogo abbiamo messo in risalto come le radici storiche di quel processo di integrazione europea, tuttora in itinere anche se in profonda crisi di popolarità, si situino in decisioni prese ben settant’anni fa da parte di diversi politici britannici, in primis il Premier Winston Churchill, che all’indomani della fine della seconda guerra mondiale avevano spinto per la fondazione del primo Congresso d’Europa all’Aja, in Olanda. La spinta propulsiva per la creazione di un’Europa sempre più integrata, al contrario dell’affascinante retorica contemporanea sulla volontà di mettere una volta per tutte fine alle numerose guerre fratricide, era provenuta invece da quegli ambienti anglosassoni appunto, i quali da una parte avevano tutto l’interesse a controllare un continente ancora in ginocchio per il secondo suicidio nell’arco di trent’anni e dall’altra si proponevano di utilizzarlo come avamposto militare contro la minaccia comunista ad est. La Gran Bretagna, benchè ne sia rimasta formalmente fuori fino agli anni ’70, è stata una fedele esecutrice degli organi provenienti d’oltreoceano, aventi come priorità assoluta quella di porre le basi per un mercato unico europeo, senza confini nè dazi, cui vendere le merci americane che altrimenti ben difficilmente avrebbero trovato sbocco. In secondo luogo si è fatto notare come la decisione di recedere dalla UE sia stata causata anche dall’inestricabile crisi economica, che lungi dall’essere stata risolta a colpi di austerity e deflazione, vede ancora adesso l’Europa invischiata fino al collo. Solo la Germania e quei pochi paesi nordici che le gravitano attorno, come per esempio l’Olanda e la Danimarca per citarne solo due, sono usciti vincitori dalla recessione iniziata con la crisi dei mutui subprime statunitensi nel 2008. Per il resto, e noi italiani assieme agli altri popoli del Sud Europa lo dovremmo sapere bene avendolo vissuto sulla nostra pelle, la recessione è andata avanti senza soluzione di continuità alternandosi a crolli della domanda interna, prezzi e salari tenuti bassi a causa della deflazione imposta da Berlino anche e soprattutto ai lavoratori tedeschi oltre che a quelli del resto d’Europa al fine di garantire il proprio export record, senza contare l’emigrazione di milioni di giovani (ma non solo) disoccupati o lavoratori specializzati dal Sud verso le grandi città del Nord Europa. Il punto snodale, che si era cercato in precedenza di far capire al lettore, è che la Brexit non è stata affatto una guerra tra popolo ed èlite, con la vittoria del primo attore, bensì uno scontro tra bande che si stanno tuttora contendendo il potere in UK: da una parte il vecchio ceto produttivo e politico, che si è arricchito ed avvantaggiato terribilmente grazie alla libera circolazione dei capitali in Europa, e dall’altra una nuova classe dirigenziale che ha compreso bene come i profitti, quelli veri, nel XXI secolo si faranno guardando alle piazze finanziarie cinesi e soprattutto garantendo i servizi bancari ai nuovi ricchi indiani e dell’Estremo Oriente. Per convincere i più scettici che la pantomima pubblica di fronte ai media non è solo una prerogativa di noi italiani, basterebbe osservare l’atteggiamento assunto dal leader dell’opposizione laburista, Jeremy Corbin. Lungi dal tentare di richiedere un secondo referendum, che vedrebbe i remainers vincere a man bassa, al netto delle dichiarazioni infuocate da lui rilasciate in parlamento per non perdere il proprio potere dentro il partito, di fatto il leader di sinistra è a favore della Brexit e non sta facendo nessun passo significativo per impedirla. Evidentemente, da buon politico navigato quale lui è, ha ben compreso come il futuro per il suo paese parlerà cinese e come l’Europa sia economicamente spacciata. Andrebbe poi detto che nel referendum del 2016 la maggioranza dell’elettorato laburista, quelli stessi sdentati (per citare una dichiarazione dell’ex Presidente francese Hollande riferendosi ad alcuni suoi cittadini) che vivono nelle periferie, aveva votato convinta per lasciare l’Unione Europea. Toccando poi il discorso tedesco, anche visto e considerato che questo blog vuole essere una finestra non convenzionale sulla Germania, si è analizzato con dati alla mano, provenienti in special modo da fonti tedesche, come una cosiddetta hard Brexit senza un accordo condiviso tra il governo britannico, che necessita dell’approvazione del proprio parlamento, e le istituzioni europeiste segnerà con tutta probabilità l’inizio di una dura recessione per la Germania, che fino a qualche mese fa sarebbe stata considerata un’ipotesi peregrina e quasi fantascientifica. Se infatti una Brexit dura verrà tradotta in dazi e tariffe doganali alle frontiere con l’Unione Europea, ciò comporterà un crollo delle esportazioni tedesche verso il mercato britannico, il quale viene considerato dalle statistiche governative tedesche il quarto in ordine di importanza mondiale per la Germania. Altro che locomotiva d’Europa: le imprese tedesche maggiormente esposte con la Gran Bretagna dovranno nella migliore delle ipotesi variare la loro produzione e guardare ad altri mercati, magari a quello interno deflazione permettendo, nella peggiore invece dovranno licenziare centinaia di migliaia di lavoratori per poter sopravvivere. Va da sè, e questo è stato già scritto nei precedenti contributi, che una recessione tedesca condurrà  con sè il resto d’Europa, che non se la sta passando certo bene. Pensiamo solo alle proteste violente dei gilet gialli che da 13 sabati consecutivi stanno scendendo nelle piazze e strade francesi per protestare non solo contro l’impopolarissimo Presidente Macron, ma anche contro la stessa costruzione dell’Euro che li ha impoveriti. Oppure agli altri paesi del Sud Europa, che ancora adesso a dieci anni dall’inizio della crisi economica mondiale sono più fragili che mai. Una recessione dura, che inizia in Germania e si espande al resto d’Europa, non potrà che esacerbare le tensioni esistenti. Queste valutazioni sul declino europeo sono state di sicuro elaborate dalle think tank britanniche, che scrivono i discorsi che poi i politici locali leggono in pubblico. Infine si era dato conto di come il Regno Unito, pur di guardare ai nuovi ricchi dell’Asia e a rinsaldare i rapporti economici con le vecchie colonie riunite da decenni nel Commonwealth, fosse persino disposto a lasciare andare gli scozzesi ed i nordirlandesi cattolici per la propria strada, lasciandoli staccare dalla Corona Britannica senza opporre un’inutile (e costosa) resistenza militare. In questo penultimo contributo sul tema alzeremo ancor di più lo sguardo e cercheremo di analizzare come la Brexit influenzerà gli assetti militari presenti in Europa. Bisogna tuttavia premettere che uno, anzi potremmo ben dire l’incubo geopolitico per definizione per ogni governo britannico è la creazione di un blocco unico europeo, che si possa alleare un giorno con la Russia. Infatti, se si riflette bene osservando la storia europea degli ultimi 200 anni, potremmo osservare come la Gran Bretagna abbia deciso di mandare i propri uomini sul campo, ogni qual volta che si è rischiato di assistere ad un’Europa dominata militarmente e politicamente da un’unica potenza. Questo era già avvenuto ad inizio Ottocento con Napoleone Imperatore di Francia, che ad un certo punto aveva in mano l’intero continente ed aveva firmato una pace con l’Imperatore russo Alessandro I, stracciata poco dopo con l’invasione della Russia nel 1812. In quel caso i soldati inglesi, assieme alle truppe prussiane ed austriache e di altri paesi europei, erano morti sul campo per impedire che si creasse una potenza continentale, in grado di allearsi pericolosamente con la Russia e metter così in pericolo il predominio britannico. La medesima cosa è avvenuta nel secolo scorso durante le due guerre mondiali, quando ancora una volta la Gran Bretagna aveva deciso di inviare la propria migliore gioventù a morire per gli affari europei. Sembrerebbe assurdo unire la Brexit ad oramai oscure vicende europee, che rischiano di perdersi nella notte dei tempi, eppure alcune dinamiche non sono poi così cambiate. Se si riflette attentamente, si può infatti notare come ancora nel 2019 siamo di nuovo alla vigilia di una guerra commerciale tra una “ribelle” Inghilterra ed un blocco continentale europeo con una profonda sindrome da accerchiamento e monopolizzato da un’unica potenza, in questo caso la Germania. In passato le guerre commerciali avevano visto, fatte le debite differenziazioni, i medesimi schieramenti: da una parte le isole britanniche che guardavano più al resto del mondo che all’Europa, ed un continente guidato o dalla Francia o dalla Germania. In tutti i precedenti storici il risultato di quelle guerre commerciali, ed anche militari, fu una rovinosa sconfitta per il blocco europeo, logicamente isolato e con meno possibilità di rifornire di beni i soldati e la popolazione civile rispetto alle potenze marittime. Si potrebbe per esempio dire che la prima guerra mondiale sia stata persa dalla Germania proprio per questo motivo. Peccato che i nostri politici europeisti a Bruxelles e a Berlino non abbiano il tempo di aprire un libro di storia moderna tra una conferenza stampa e l’altra. Come accennato, lo scenario peggiore per un Regno Unito uscito dalla UE è assistere ad un’Europa, ancora dominata dalla Germania con la coabitazione militare della Francia ancora nucleare, che decidesse di rompere il divieto angloamericano alleandosi con la Russia. Finora gli sforzi atlantici hanno sortito il loro effetto: tutti i media mainstream tedeschi, ma più in generale europei, hanno cavalcato l’onda lunga della russofobia, creata ad arte nelle stanze del Pentagono a Washington. Aprendo le pagine di qualsiasi organo di stampa “rispettabile”, ergo non complottista, o accedendo ai loro siti web, l’orchestra mediatica sta suonando convinta la vecchia, ma comunque efficace, sinfonia secondo la quale la Russia del dittatore Putin sta foraggiando finanziariamente i locali partiti populisti, in modo tale che possano distruggere l’Unione Europea dall’interno, oppure che il governo russo sta progettando una nuova guerra per riconquistare le nazioni orientali, un tempo suoi domini. Il tempo e lo spazio non basterebbero per riportare tutti gli episodi di russofobia sulla stampa europea; si dovrebbe scrivere un libro apposito. Ci basti per ora solo sapere che due anni fa l’organo legislativo europeo, quel medesimo parlamento che in verità non ha un potere completo di emanare leggi dal momento che abbisogna sempre dell’approvazione o della Commissione o del Consiglio Europeo, aveva approvato una mozione, proposta in joint venture dai popolari e dai socialisti europei, che aveva in pratica messo sullo stesso piano gli organi mediatici russi, come Sputnik News e Russia Today, e quelle oscure agenzie islamiste che propagandavano gli atti terroristici dell’Isis. Si sa: in guerra la prima a morire e la verità e per vincere una guerra, bisogna prima essere in grado di conquistare quell’Impero delle menti, cui lo scrittore inglese Huxley aveva accennato prima di scrivere il suo romanzo distopico “Brave new world”. Tuttavia se politicamente la locomotiva tedesca, per voce della Signora Merkel ma su ordine americano, ha finora dettato la linea europea in tema di sanzioni economiche contro la Russia, che durano ancora adesso senza l’opposizione di nessun governo europeo in carica, sotto l’aspetto energetico la situazione è più complessa. Il gasdotto, fortemente voluto dall’ex Cancelliere socialdemocratico Schröder alla fine degli anni ’90, North Stream attraversa le fredde acque del Mar Baltico portando il prezioso gas russo nel cuore dell’economia tedesca. In questo modo il gasdotto marino ha aggirato i tre stati baltici e la Polonia, per motivi storici convintamente anti-russi, che non a caso all’epoca della sua costruzione avevano parlato di un nuovo patto Molotov-Ribbentrop, questa volta solamente in campo energetico. Lo stesso Schröder, ritiratosi dalla politica attiva, aveva trovato subito un impiego come consigliere presso il gigante energetico russo Gazprom. Ebbene da diversi anni si parla di ampliare il gasdotto, permettendo così­ il raddoppio della fornitura di gas russo alla Germania. A questa ipotesi si sono ovviamente opposti gli Stati Uniti, che a loro volta vorrebbero obbligare tutti noi europei a comprare il loro ben più costoso gas, ed i paesi dell’Europa centrorientale, militarmente occupati dalla Nato, citati sopra. Ma questo non è l’unico fronte aperto, che potrebbe comportare una maggiore integrazione economica e, chissà, anche politica tra la Germania e la Russia. Parliamo dell’ormai conosciuto, anche al grande pubblico, progetto cinese della “Nuova Via della Seta”, su cui il governo cinese sta investendo centinaia di miliardi di dollari. L’idea è molto semplice: per impedire di far transitare le proprie merci su container per gli oceani dominati e controllati militarmente dagli Stati Uniti d’America, i leader cinesi hanno pensato di costruire una serie di ferrovie veloci in grado di trasportare i propri beni fin dentro il cuore d’Europa, facendole perciò passare nell’hinterland continentale al di fuori dell’orbita americana. I treni veloci, al cui confronto la nostra contestata Tav è un mero buco nell’acqua, dovrebbero passare per tutti questi paesi dell’Asia Centrale facenti una volta parte dell’Unione Sovietica, come per esempio l’esteso Kazakhistan, oltre che la stessa Russia. Da là, a seconda della destinazione finale, i treni dovrebbero dirigersi verso quei paesi dell’Europa centrorientale confinanti con la Russia per poi giungere in Germania e nelle altre zone produttive d’Europa. Un’altra linea in progettazione vedrebbe la Turchia come snodo commerciale imprescindibile; da quel paese difatti i treni veloci con sopra i container dovrebbero attraversare i vari paesi balcanici, tra cui la Serbia nella quale i cinesi hanno fatto costruire chilometri di autostrade e ferrovie investendo anche qui miliardi, oppure potrebbero imbarcarsi nel porto del Pireo, già ora a maggioranza cinese. Quasi un anno fa sotto l’emblematico titolo “La grande abbuffata” si era descritto da questo blog il progetto in questione, facendo notare come per esempio il governo austriaco e quello cinese siano da tempo in trattative per permettere l’arrivo di merci cinesi su ferrovia in soli dieci giorni dalla Cina a Vienna. La stessa Germania da tempo vuole creare un polo ferroviario nella città di Duisburg, che in Italia probabilmente è conosciuta solo perchè teatro della strage di ‘ndrangheta nell’estate del 2007. L’ulteriore dettaglio interessante è che la città di Duisburg, situata nel cuore della regione ex industriale e carbonifera della Ruhr, dispone di un porto fluviale in grado di collegarla a Rotterdam e di arrivare financo all’Oceano Atlantico. Inoltre la sua importanza strategica viene ampliata dalla sua vicinanza ad altri paesi europei sviluppati come il Belgio e l’Olanda. L’idea di una maggiore integrazione tra un’Europa a guida tedesca ed una Cina sempre più prima potenza mondiale, con il contributo fondamentale di un enorme paese cerniera come la Russia, non piace di sicuro né all’America nè alla sua “sorella” Gran Bretagna. La risposta sarà quella di destabilizzare il continente europeo in crisi profonda certo ma tutto sommato ancora una fondamentale area di scambi mondiali, sia attraverso una guerra commerciale dagli esiti imprevedibili sia fomentando una guerra militare contro la Russia. La domanda è una sola: come? Ebbene qualche giorno fa il Segretario alla Difesa britannico Gavin Williamson aveva pubblicamente affermato che è intenzione dell’attuale governo conservatore di investire maggiori fondi, per la precisione 7 milioni di sterline, per l’implemento di interi squadroni di droni, pronti a venire impiegati in qualsiasi momento. L’intenzione del rappresentante governativo è di aumentare il budget per la creazione di unità di droni altamente tecnologici, che dovrebbero essere operativi entro la fine di quest’anno. In ogni caso il programma di corsa agli armamenti, in un periodo nel quale sia l’America che la Russia hanno dichiarato il loro recesso dal trattato INF sul divieto di impiego di missili nucleari a medio raggio, è ben più ambizioso. Sempre secondo Williamson, vi sarebbero 1,8 miliardi di sterline pronti ad essere utilizzati per ammodernare l’esercito di Sua Maestà. La stessa Brexit, secondo le sue testuali parole riportate anche dalla BBC, “had brought the UK its greatest opportunity to strengthen its global presence”. Più chiaro di così. Ha poi aggiunto che le capacità informatiche dell’esercito saranno rinforzate non solo per difendere ma anche per lanciare attacchi. Il recesso unilaterale dalla UE significherà per la Gran Bretagna anche avere le mani slegate in termini di impunità per crimini di guerra o contro l’umanità. In tempi non sospetti, il Fatto Quotidiano aveva riportato come nel maggio del 2015, quindi un anno prima del referendum sulla Brexit, il governo conservatore dell’allora ancora in carica Primo Ministro Cameron aveva riflettuto sull’opportunità di far uscire il proprio paese dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (d’ora in poi per brevità  CEDU). Per chi non lo sapesse, ad aderire alla CEDU non sono solo i paesi membri dell’Unione Europea, bensì anche paesi europei o perfino extra-europei come la Russia e la Turchia. La CEDU venne creata nel 1949 dal Consiglio d’Europa, che non è da confondere con gli altri organi legislativi od esecutivi che regolano il regolare funzionamento dell’Unione Europea, il quale ne osserva l’attuazione. I paesi membri, che nel corso degli anni hanno ratificato la CEDU, si impegnano a rispettare alcuni diritti fondamentali dell’uomo, come il divieto di trattamenti degradanti o umilianti, il divieto di tortura, il divieto assoluto della pena di morte anche in caso di guerra, l’eguale trattamento di fronte a qualsiasi tipo di procedimento giudiziario, il rispetto della libertà d’opinione, di religione, il divieto di discriminazione e via dicendo. All’epoca il governo britannico aveva proposto di abrogare il cosiddetto Human Rights Act, introdotto nel 1998 dall’allora governo laburista di Tony Blair e che aveva applicato la CEDU, facendola entrare direttamente nell’ordinamento britannico. L’idea era quella di recedere dalla Convenzione europea, diventando così il secondo paese in Europa dopo la Bielorussia (sic) a non farne parte, per sostituirla con un proprio “British Bill of Rights”, una sorta di proprio corollario dei diritti fondamentali da rispettare che non avrebbe dovuto tenere in alcun modo conto delle autorità europee. La proposta venne poi sospesa, per le note vicende legate alla Brexit, anche se l’allora Ministro donna degli Interni si era dichiarata favorevole all’idea, tanto che era stata considerata un falco sul tema in questione. Dimenticavamo quasi di aggiungere che il Ministro in questione era la Signora May, nel frattempo diventata Premier in seguito alle dimissioni di Cameron all’indomani del referendum sulla Brexit. La proposta di non rispettare più le vetuste norme europee sui diritti umani, tra cui il divieto di torturare eventuali prigionieri di guerra o lo stesso divieto di reintrodurre la pena capitale eccezionalmente regolata dallo ius in bello, sembrerebbe una soluzione perfetta per regolare spiacevoli ed eccezionali situazioni, che quasi mai si verificano in tempo di pace. Inoltre un Regno Unito completamente sganciato dalla UE non dovrà più rispondere a nessuno, se non forse solo ai propri cittadini qualora quest’ultimi dimostrassero senso civico, in caso di crimini compiuti in teatri di guerra. Per capire come i piani per un’escalation militare in Europa, ma non solo, da parte britannica siano già in fase avanzata, dobbiamo affidarci una volta tanto a quei medesimi organi mediatici stranieri, tanto vituperati dalle nostre libere organizzazioni europeiste. Un articolo del quotidiano online Russia Today, che in quella mozione approvata a larga maggioranza dal Parlamento Europeo era stato paragonato in termini di pericolosità e subdola propaganda ai mezzi stampa dei jihadisti, ci viene incontro informandoci di un discorso tenuto qualche giorno fa dal Segretario alla Difesa Williamson, già visto sopra. Il pubblico per il suo speech era composto dai membri del prestigioso istituto militare Royal United Services Institute, di stanza a Londra. Riportiamo alcune parti del discorso dall’emblematico titolo “Defence in Global Britain”, ancora pubblicamente visibile sulla rete, che paiono non abbisognare di ulteriori commenti: “It’s important to start off by asking the question why do we fight? It is fundamentally, to protect our people, protect our interests, and, of course, to defend Britain. Today, Russia is resurgent rebuilding its military arsenal and seeking to bring the independent countries of the former Soviet Union, like Georgia and Ukraine, back into its orbit. All the while, China is developing its modern military capability and its commercial power. Today, we see a world of spheres of influence and competing great powers. Not only are we confronting a state like Russia. An ideological enemy without a state like Al Qaeda and Daesh. But the very character of warfare itself is changing. The boundaries between peace and war are becoming blurred. Our adversaries are increasingly using cyber-attacks, subversion and information operations to challenge us and the rules-based international order. Operating in the “grey zone”. Operating below the threshold of conventional conflict. Our Joint Forces Command is already dealing with this. But, we need to go further. We need to bring together our strategic capabilities. We need to integrate them more effectively and a greater agility to meet the demands of this increasingly contested environment. We and our allies must deter and be ready to defend ourselves. Ready to show the high price of aggressive behaviour. Ready to strengthen our resilience. And ready, where necessary, to use hard power to support our global interests. But there is a great opportunity here too. As we look at our position in the world, we should remind ourselves that we are a nation with a great inheritance. A nation that makes a difference. A nation that stands tall. Inevitably, there are those who say that we are in retreat. Those who believe that, as we leave the European Union, we turn our back on the world. But, this could not be further from the truth. Whether people voted to leave or remain, they believe Britain must continue to play an important and major role on the international stage. It is my belief that Britain has its greatest opportunity in 50 years to redefine our role. As we leave the European Union. And, the world changing so rapidly it is up to us to seize the opportunities that Brexit brings. We will build new alliances, rekindle old ones and most importantly make it clear that we are the country that will act when required. We should be the nation that people turn to when the world needs leadership.” Il suo discorso si fa ancora più interessante ed entra nel vivo, quando parla della Nato e del ruolo di guida che il Regno Unito dovrà accollarsi all’interno dell’Alleanza Atlantica: “NATO. 70 years on from its founding, remains the bedrock of our nation’s Defence. In the past five years, the Alliance has come a long way. It is far more focused and ready to deter and defend against Russian hostile acts. But, more European nations need to be ready and capable of responding too. Stepping up to the 2% NATO target and not being distracted by the notion of an EU Army. Britain must be willing and able to lead the Alliance, to bring stability in a changing-world. We are a leader in NATO, this year hosting the Leaders Meeting here in London. Alongside this we have sent a Battle Group to Estonia to support NATO’s Enhanced Forward Presence. We lead multi-national maritime task groups in the Mediterranean and defend the skies over the Black Sea and the Baltics. And, we strongly support NATO’s Readiness Initiative to make sure forces are available and ready to do their job. And in NATO, we must stand firm against Russia’s non-compliance with the INF Treaty. If necessary being ready to deal with the threat that new Russian missile systems may pose. The Alliance must develop its ability to handle the kind of provocations that Russia is throwing at us. Such action from Russia must come at a cost. Nor, can we forget those countries outside NATO who face a day-to-day struggle with Russian attempts to undermine their very sovereignty. We stand ready to support our friends in Ukraine and the Balkans. These countries have the right to choose their own destiny and be free from Russian interference. At the same time, in such an uncertain age, like-minded nations must come together to increase their own security. That is why the United Kingdom is leading the nine-nation Joint Expeditionary Force which in a few months-time will take part in its first deployment to the Baltics.” C’è poi anche un piccolo riferimento alla Germania: “And the Army is continuing to modernise its forces. We will have a Warfighting Division with troops able to deploy from our bases at home and in Germany. We’ll increase the firepower and protection of the battle-proven Warrior and introduce the ultra-modern AJAX. And, at the tip of the spear, will be our elite Parachute Regiment within 16 Air Assault Brigade, able to deploy into any environment at a moment’s notice.” Insomma tutto da copione, si direbbe. La storica priorità britannica viene confermata: bisogna dunque impedire che la Russia ritorni ad essere un protagonista geopolitico e, per raggiungere questo obiettivo, bisogna metterle il fiato sul collo e farle sentire la propria presenza militare. Oltre alla divisione d’èlite pronta a combattere alla guerra (Warfighting) presente in Germania, secondo il sito ufficiale dell’esercito britannico è presente un personale militare di circa 900 uomini anche in Estonia, a ridosso della frontiera con la Russia. Dal 2016 le forze armate britanniche lì presenti hanno un ruolo guida nella Enhanced Forward Presence (EFP) della NATO operante negli Stati baltici, al fine di rafforzare la cosiddetta sicurezza euro-atlantica, rassicurare gli alleati e scoraggiare gli avversari (leggi Russia). Inoltre uno squadrone di cavalleria leggera, composto da circa 150 persone, è schierato in Polonia ed è sotto il comando di 2 reggimenti di cavalleria statunitense. Altre unità includono elementi della Royal Military Police, Intelligence Corps, Royal Signals e Royal Electrical Mechanical Engineers. Ben poca cosa rispetto a quanto può schierare la Russia in caso di mobilitazione generale, ma stiamo parlando solo di una minima parte di tutto il contingente Nato nell’Europa orientale, di cui fanno parte anche 160 militari italiani di stanza in Lettonia. Evidentemente il nuovo governo del cambiamento, sovvenzionato dal Cremlino, non ha ancora pensato di ritirarli. A tutti questi segnali inequivocabili si aggiunge la parte più importante per condurre e, possibilmente, vincere una guerra, ossia quella psicologica. Un anno fa l’intera opinione pubblica europea venne sconvolta dall’avvelenamento di una ex spia russa e della sua figlia a Salisbury, nel sud dell’Inghilterra. Il veleno, secondo le fonti ufficiali gas nervino, era così potente che entrambi sopravvissero ed ora sono in una località a noi sconosciuta, probabilmente sotto falsa identità e sotto protezione governativa. Secondo tutti i media mainstream e secondo la stessa versione del governo britannico, capitanato ieri come oggi dalla fragile Signora May, mandante e diretto responsabile dell’attacco chimico fu il Presidente russo Vladimir Putin in persona, reo di aver voluto punire un doppiogiochista. Come spesso accade con le versioni ufficiali forniteci dai nostri liberissimi media occidentali, i conti non tornano nemmeno ad un occhio poco esperto. La spia in questione, il cui nome Skrypal con tutta probabilità  è nel frattempo finito nel dimenticatoio per la maggior parte dei comuni cittadini, nel 2004 era già stato arrestato dalla polizia russa per alto tradimento, poichè aveva passato informazioni segrete al MI6, il servizio segreto di Sua Maestà britannica. Nei democratici Stati Uniti d’America un’accusa simile potrebbe costare la vita o, nella migliore delle ipotesi, l’ergastolo. Invece nel 2010 la Russia autocratica si accorda per uno scambio di spie in grande stile con il Regno Unito, tra cui anche il nostro Skrypal. Ragion per cui non avrebbe avuto grande senso per il governo russo liberare una spia traditrice per poi tentare di ucciderla in maniera così plateale qualche anno dopo, scatenando clamori internazionali per giunta in un momento in cui la popolarità  internazionale della Russia non è certo ai suoi livelli storici. Per di più qualche oscuro blog complottista aveva riportato come vicino alla località inglese di Salisbury, dov’erano stati rinvenuti i corpi svenuti di Skrypal e figlia, si trovasse un laboratorio militare di sostanze chimiche. Ma, a prescindere dai risvolti oscuri della vicenda, il risultato è che l’opinione pubblica europea, non tutta ma una buona fetta, si sia sentita ancora una volta intimorita dall’attivismo russo, che oramai viene considerato una minaccia seria alla nostra democrazia. Alcuni paesi europei, tra cui la Germania e l’Italia, sotto pressioni britanniche avevano acconsentito all’espulsione di alcuni diplomatici russi dai propri paesi in segno di ritorsione e come gesto di solidarietà alla Gran Bretagna, senza tuttavia che le prove addotte dalla Signora May sulla schiacciante responsabilità russa fossero mai state presentate. Ricorda molto la triste vicenda della finta fialetta di antrace presentata da Colin Powel al Consiglio di Sicurezza dell’Onu nel 2003, per giustificare di fronte all’opinione pubblica internazionale l’illegale aggressione all’Iraq di Saddam Hussein. Anche se nel caso di Skypral non si è vista nemmeno quella. Per chiudere il cerchio sul vecchio ma al tempo stesso nuovo, poichè slegato dai noiosi nodi burocratici e giuridici dell’Unione Europea, ruolo britannico a favore dell’inevitabile escalation militare contro la Russia, non possiamo far a meno di ricordare come nel dicembre del 2017 l’allora Ministro degli Esteri, nonchè brexiter duro e puro, Boris Johnson si fosse recato a Mosca per una visita di stato col suo omologo Sergey Lavrov. Tenga bene a mente il lettore che il caso Skrypal era ancora lungi dal verificarsi. Il Ministro Johnson, oltre alla classica sequela di accuse alla Russia di continue intromissioni negli affari occidentali, aveva minacciato a chiare lettere che Il Regno Unito sarebbe stato “preparato e capace di vendicarsi contro gli attacchi cibernetici della Russia qualora lo volessimo”. Il lettore non dimentichi che in quel momento lui era ospite di un paese straniero e perlomeno un certo galateo istituzionale avrebbe dovuto garantire maggior rispetto. Ma si sa: quando un gangster, benchè in giacca e cravatta o forse proprio per quello, dà degli ordini, non ammette contraddizioni ma solo obbedienza cieca e rispetto indiscusso. Difatti qualche mese dopo lui stesso avrebbe accusato Putin in persona di aver dato l’ordine di avvelenare l’ex spia, scatenando così l’ennesima ondata di russofobia tra le già  intimorite opinioni pubbliche europee. Il problema odierno è che, complice una hard Brexit slegata da ogni sorta di vincolo europeo sul rispetto dei diritti umani, la prossima ritorsione sarà ben più pesante rispetto ad un qualsiasi scandalo mediatico internazionale. Si vis pacem para bellum.
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