Sul discorso della Merkel a Strasburgo

IMG_20181121_133814962Qualche giorno fa la Cancelliera tedesca Merkel si è recata al parlamento europeo, riunitosi per l’occasione al gran completo, per fare il punto sull’Unione Europea. Viste le sue recenti debacle elettorali nelle ricche regioni della Baviera e dell’Assia, cui è seguita la sua dichiarazione di non volersi più candidare alla guida della CDU, il suo ultimo discorso all’Europa può a ben ragione essere considerato come il suo commiato dalla vita politica. Ebbene l’articolo in questione racchiude alcune osservazioni compiute durante l’ascolto. Prima però dobbiamo premettere che ad aver introdotto, come da rituale, lo speech della Signora Merkel è stato il Presidente del parlamento europeo, un certo Antonio Tajani che nel nostro paese è conosciuto per essere un berlusconiano della prima ora tanto che era presente nella compagine forzista come cofondatore fin dalla sua creazione nel 1994. Di sicuro ben pochi sono a conoscenza che qualche giorno prima del discorso della Cancelliera lo stesso Tajani ha avuto modo di ribattere in maniera piccata ad una sonora risata proveniente nient’altro che da Farage, da anni europarlamentare nonchè uno dei maggiori promotori della Brexit britannica. Ad aver scatenato l’intrattenibile scoppio di ilarità era stata un’originale, per usare un eufemismo, dichiarazione dello stesso Tajani il quale è arrivato a dire che, oltre ad aver garantito i famosi 70 anni di pace nel Vecchio Continente, l'”Unione Europea avrebbe permesso la scomparsa sia del nazismo che del comunismo”.

A questo punto la risata di Farage è stata irrefrenabile. Diversi ed autorevoli libri di storia non avrebbero infatti mai riportato che ad essere sbarcati in Normandia o ad aver accerchiato la Sesta Armata a Stalingrado siano stati degli eserciti autodefinitisi europeisti, i quali invece secondo le opinioni del fedele berlusconiano con tutta probabilità sarebbero andati alla carica con la Nona Sinfonia di Beethoven, inno ufficiale dell’UE, a tutto spiano. Non risulta nemmeno agli storici revisionisti che quell’anonimo fante sovietico, che di lì a poco sarebbe stato ucciso in uno degli ultimi scontri a fuoco con gli irreducibili tedeschi, avesse fissato la bandiera blu a dodici stelle gialle, invece che quella rossa con la falce e il martello, sul Reichstag ormai in fiamme. Dopo che Farage ha avuto modo di osservare che di tutto si può dire dell’Unione Europea tranne che abbia liberato i vari paesi dal nazismo e comunismo, falsificando così la storia, l’imperterrito Tajani ha deciso di rispondere limitandosi ad aggiungere, senza a dire il vero nominare più la fantomatica liberazione dal nazismo da parte dei nonni Erasmus, che la dittatura comunista ha finito la sua stagione solo dopo che tutti i paesi dell’Europa centrorientale erano diventati membri della UE. Evidentemente sarebbe del tutto falso credere ancora che il socialismo reale in Europa sia crollato dopo lo smantellamento del muro di Berlino e le varie rivoluzioni, non sempre pacifiche, avvenute in tutti quei paesi che facevano parte del Patto di Varsavia. Forse noi tutti dovremmo riprendere i vecchi libri scolastici, visto che Tajani dal suo ruolo di Presidente del parlamento europeo ci informa che il comunismo abbia cessato di esistere appena nel 2004 e non negli anni a cavallo tra il 1989 ed il 1991.

Ebbene è proprio questo Tajani dalla profonda conoscenza storica ad aver introdotto l’ultimo discorso della Cancelliera Merkel, che nel bene e nel male ha rappresentato la politica europea degli ultimi 15 anni. Durante le sue prime parole una frase ad effetto che colpisce è che, secondo lei, il parlamento europeo sarebbe l’organo legislativo eletto a suffragio universale più grande al mondo. Già qua i conti non tornano, in quanto dovrebbe essere il parlamento indiano a detenere questo interessante record. Infatti i 751 parlamentari europei, citati dalla stessa Merkel, non raggiungono di certo i 790 dell’organo legislativo indiano. Inoltre se noi europei, perlomeno quelli facenti parte dell’Unione, siamo circa 500milioni, gli indiani ammontano ad oltre 1 miliardo e 300 mni con la prospettiva di aumentare ancora nei prossimi decenni. Anche le 24 lingue, menzionate da Angela nell’intro del suo discorso come segnale di multiculturalismo e che si sentono parlare nel parlamento europeo, corrispondono come numero esattamente a quelle riconosciute sempre in India, senza contare che in quest’ultimo paese anch’esso almeno formalmente democratico sono presenti circa 3000 dialetti.

Ora sarebbe arduo stimare quanti dialetti vengano parlati in Europa nè tanto meno se alcuni di essi possano essere annoverati come delle lingue vere e proprie, ma quel che è certo è che già dalle prime parole della Merkel sembra trasparire un certo eurocentrismo, che sfocia in quel provincialismo convinto che il nostro ora come non mai Vecchio Continente sia un’eccezione assoluta nel mondo. E’ un guardare il pianeta con le nostre lenti, che fa dire ai politici che ci rappresentano di essere i primi in tutto: siamo la più grande democrazia, siamo lo spazio economico più ampio al mondo, solo da noi possiamo circolare senza confini nè visti, disponiamo del più ricco ed esteso mercato interno del pianeta, il nostro parlamento legislativo è quello eletto più grande al mondo, senza tuttavia verificare se ciò corrisponda alla realtà dei fatti. Nel caso del parlamento europeo, cosiddetto democratico solo perchè votato a suffragio diretto da milioni di persone, sarebbe bastato aggiungere come secondo il Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea sancito a Lisbona e tuttora in vigore, il parlamento stesso non dispone di un potere legislativo completo dal momento che deve quasi sempre attenersi al potere di proposta della Commissione Europea, organo tecnocratico non eletto da nessuno, oltre che all’approvazione del Consiglio dei Ministri il quale rappresenta tutti i capi di governo dei paesi membri. In verità vi sono diverse procedure decisionali, ma il tempo e lo spazio non ci permettono di sottilizzare e di analizzarle nello specifico. Ci basti solo sapere che il parlamento europeo non può approvare proposte, mozioni od ordini del giorno senza che vi sia prima il via libera da parte di quei due organi non eletti, appunto la Commissione ed il Consiglio, che sono il vero motore che permette all’apparato burocratico europeo di funzionare. Cosa che non mi risulta avvenga negli altri parlamenti di stati sovrani.

La sensazione sull’autoreferenzialità europea verrebbe poi confermata da una successiva frase della Cancelliera, che afferma tra gli applausi come i concetti di tolleranza e molteplicità, da lei diverse volte ripetuti come dei mantra, si trovino solamente in Europa. In maniera implicita sarebbe come dire che la “cittadella democratica” assediata dai perfidi dittatori o oligarchi, è uno spazio unico di tolleranza e pace in un mondo dominato dalla follia e violenza. Tuttavia l’aspetto che sorprende maggiormente del discorso della Merkel all’Europa non è un riferimento a quanto da lei detto, bensì a quanto da lei taciuto. Durante la mezz’ora scarsa del suo intervento non sono mai stati nominati gli Stati Uniti, la Russia, Trump e Putin. Anche i riferimenti agli altri paesi europei e non sono stati alquanto scarsi. L’Italia, che in queste settimane viene considerato come l’ultimo di una serie di fronti caldi, in pratica non esiste mentre la Gran Bretagna è stata liquidata con una frase di circostanza in merito alla frattura creatasi con la Brexit, niente di più. Nemmeno il “Grande Male”, che tanto sta ossessionando i media e cittadini tedeschi timorosi di perdere il loro benessere costruito in larga parte su un export senza freni, dal nome Trump è stato chiamato in causa, così come il suo presunto dioscuro Putin. Neppure un altro cosiddetto dittatore, a leggere certa stampa libera, di nome Erdogan, con il quale abbiamo stretto accordi miliardari affinchè lui non aprisse i confini greci e bulgari facendoci così inondare di ulteriori milioni di migranti, è stato lontanamente citato. Nemmeno i populismi di destra, che minaccerebbero l’esistenza stessa dell’Europa, sono stati chiamati in appello. Certo, vi sono stati alcuni attacchi indiretti come quando la Merkel, riferendosi in maniera nemmeno troppo velata all’Ungheria di Orban, ha dichiarato come nessun paese membro può arrivare a limitare la libertà d’opinione e di stampa al suo interno. Un breve riferimento è stato invece dedicato alla Francia di Macron sul tema dell’unione bancaria e dell’esercito comune europeo, che analizzeremo in seguito. Invece nemmeno la sventurata Grecia, oggetto della più spietata operazione di austerity ed impoverimento sociale del tempo dei Colonnelli, è stata nominata; forse Mutti Teresa, come venne definita dallo Spiegel nel 2015, aveva paura che qualche membro del governo greco, sentendosi chiamato in causa, avrebbe potuto riaprire il discorso del risarcimento per i crimini di guerra nazisti, spesso rimasti impuniti anche dopo la guerra. Chi lo sa.

In fatto di assenze può sembrare paradossale ed alquanto inverosimile ma il capo di governo di quel paese, che più di altri ne ha approfittato in termini di export, non ha mai citato l’Euro. Avete capito bene. La moneta unica, che per alcuni economisti come il nostro Bagnai, altro non è che un marco mascherato troppo debole (ergo conveniente per le esportazioni) per la Germania e troppo forte per alcune economie come la nostra e quella francese, non è mai stato chiamato col suo vero nome. Imbarazzo? Coscienza sporca? Timore di ricevere fischi ed ululati da europarlamentari ostili, che comunque si sono verificati? Difficile se non impossibile entrare nella mente di Angela ed interpretare i suoi pensieri sotto un’ottica politica cui il suo ruolo appartiene; quel che è certo è che diverse volte la Cancelliera tedesca ha preferito adoperare il più neutrale termine di “valuta unica” invece che di Euro appunto. Sempre parlando di termini che non si sono utilizzati, un ascoltatore attento avrebbe di sicuro notato come in quei trenta minuti di accommiato dall’Unione Europea, di fatto guidata dalla Germania, non si siano mai sentite dalle sue labbra parole come “lavoro”, “salari”, “occupazione”, o il suo contrario “disoccupazione”, “giovani”, “povertà”, “precarietà”, “sociale” o “esclusione”. Insomma temi a forte connotazione sociale, che sono in fondo quelli che interessano chi cerca un lavoro o è costretto a vivere con contratti a tempo determinato, sono stati accuratamente evitati. Ad essere onesti solo una volta ha citato il tema drammatico della “disoccupazione giovanile”, ossia durante un veloce elenco in cui enumerava come una macchina da scrivere le sfide che l’Europa dovrebbe fronteggiare, paragonandola ai problemi del “terrorismo” e del “riscaldamento globale”. Peccato davvero che ancora una volta si sia data l’impressione di una Germania, e di conseguenza di un’Europa, del tutto assente in fatto di politiche sociali e di incentivo all’occupazione.

Invece due parole che sono state ripetute in modo quasi ossessivo sono state “solidarietà” e “responsabilità”, che spesso sono state volutamente abbinate. Il primo termine è stato pronunciato addirittura sedici volte, risultando essere quello preferito dal capo di governo tedesco. Tuttavia con una piroetta degna del Conte Mascetti, la Signora Kasner ha tentato di spiegare come la solidarietà  ed il contemporaneo perseguimento dei propri interessi nazionali non siano concetti per forza di cose slegati e concorrenti tra di loro, ma che anzi possono andare assieme senza contraddizione apparente. Concetto senz’altro originale ma l’intro della fase successiva, nella quale la Merkel ammette che spesso la Germania si è comportata in maniera egoistica, sembra all’improvviso lasciare aperti degli spiragli inaspettati. Vuoi vedere che per la prima volta un capo di governo tedesco ammette che il proprio paese ha esagerato con l’export selvaggio o che magari faccia mea culpa per la vicenda delle banche tedesche (e francesi) esposte con la Grecia e salvate coi nostri soldi? Tuttavia le speranze di milioni di europei arrabbiati o disillusi dall’operato tedesco degl’ultimi anni sono andate deluse, nel senso che la Merkel si è limitata a dichiarare come “fino al 2015 noi come tedeschi ci abbiamo messo troppo tempo a capire quanto l’immigrazione fosse un problema europeo.” Detto altrimenti, l’autocritica si riferiva al mero fatto che la Germania non avrebbe fatto granchè per accogliere i poveri migranti, errore gravissimo che tuttavia sarebbe stato corretto con l’umana politica d’accoglienza di più di un milione di siriani avvenuta nel 2015. Ancora una volta i bravi bambini tedeschi sono stati messi in riga dalla Mutti, che ha indicato loro la giusta via dell’accoglienza fino a quel momento non perseguita anche perchè bisognava mettere in riga a loro volta i bambini greci a colpi d’austerità. Tutto questo con buona pace di quei europei e di alcuni stessi tedeschi che ancora oggi considerano quell’atto unilaterale come il più grave errore politico compiuto negli ultimi anni.

Tuttavia ora ci penserà la solidarietà europea a guarire i guasti e gli errori di una unilaterale politica d’accoglienza troppo spinta. Infatti ad un certo punto del discorso la Merkel ha dichiarato a chiare lettere come gli stati debbano rinunciare ad un pezzo della loro sovranità per risolvere la crisi dei migranti. Detto altrimenti: noi tedeschi anche per ragioni di demografia in crisi e di lavoratori stranieri a bassi salari da inserire il prima possibile nel mercato del lavoro, abbiamo deciso senza consultarci con nessuno di accogliere un milione ed anche più (senza contare gli obbligatori secondo la legge tedesca futuri ricongiungimenti familiari) di musulmani. Visto che dopo neanche un anno ci siamo resi conto che l’integrazione sbandierata ai quattro venti da tutti i partiti e dalla stampa unanime non stava funzionando come ci aspettavamo, considerati anche i frequenti ed antipatici episodi di stupri ed omicidi da parte dei nuovi arrivati, chiediamo anzi esigiamo che gli altri paesi europei ci dimostrino la loro solidarietà. Qualora quei stessi governi, come quello ungherese, che nell’estate del 2015 mai sono stati da noi consultati, si rifiutino di accogliere delle quote di migranti stabilite dalla Commissione Europea gestita a sua volta dal nostro uomo di fiducia Juncker, allora la risposta sarà una serie di sanzioni economiche che come extrema ratio potranno sfociare nella sospensione del diritto di voto. Esattamente quanto sta succedendo con l’Ungheria del ribelle, nonchè arci-nemico di Soros, Orban e come accadrà con tutta probabilità alla Polonia. Non sarà nemmeno un caso come Juncker qualche minuto dopo avrebbe lodato l’intervento della Cancelliera, dichiarandosi completamente d’accordo con lei e definendo anzi la decisione della Germania di aprire i confini ai migranti nel 2015 come del tutto giusta e lungimirante. Anzi è persino arrivato a criticare i “tiepidi applausi” che gli europarlamentari della CSU, il partito bavarese considerato da sempre gemello della CDU e da tempo ai ferri corti con la Merkel proprio per la questione migratoria, le hanno riservato. Il lettore provi solo ad immaginare come si svilupperà la politica europea sull’immigrazione dopo che con tutta probabilità il tedesco CDU Weber verrà eletto Presidente della Commissione Europea il prossimo anno, all’indomani cioè delle elezioni europee.

Questa sarà la solidarietà europea, termine preferito dalla Merkel tanto che l’ha ripetuto sedici volte assieme a quello di responsabilità. Altro non è che l’ennesimo tentativo di rendere gli altri paesi europei vassalli della Germania, mentre chi si rifiuterà di collaborare verrà bollato dai media governativi ed europeisti come “egoista” oppure con l’evidentemente odioso epiteto di “nazionalista”, sempre pronto a scatenare nuove guerre. Ed è proprio a proposito dell’escalation con la Russia e della difesa armata dell’ordine tedesco, pardon europeo, minacciato che la Merkel ha dedicato la parte preponderante del suo intervento. Infatti, come visto, ben poco spazio hanno trovato temi sociali come lavoro e salari, mentre una grande rilevanza è stata data alla necessità di creare un “esercito comune europeo di difesa”. Sempre citando le parole della leader maxima dell’Europa tollerante sotto assedio, il tempo in cui potevamo contare sugli alleati per difenderci è finito”. Ancora una volta si ha terrore di citare col loro vero nome Trump e gli Stati Uniti, così come la Russia contro cui dovremo ancora una volta combattere. La proposta è quella di semplificare e mettere in comune i sistemi di difesa europei, che ora sono 160. In America (finalmente citata) invece sarebbero 50/60 secondo le sue stime. Un altro suggerimento è quello di creare un Consiglio Europeo di Sicurezza a rotazione, al pari di quello dell’Onu, anche se non ha voluto specificare su quali argomenti dovrebbe discutere e in caso di quali gravi necessità o minacce alla pace dovrebbe essere convocato. Fatto sta che la Merkel ha altresì aggiunto che un’altra ottima idea sarebbe quella di rinunciare all’unanimità laddove i trattati lo permettano e laddove ciò sia possibile.” Adottando il principio della mera maggioranza, si potrebbe mettere in minoranza e quindi nell’irrilevanza politica tutti quei paesi che eventualmente volessero opporsi ad un’escalation militare, dal momento che non potrebbero avvalersi del diritto di veto come invece fanno solitamente le Grandi Potenze al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Ma queste parrebbero mere supposizioni complottistiche, per carità. Notevole poi che Angela si sia quasi messa ad urlare per ribadire come questo nostro esercito non sarà contro la Nato, vi prego! Questo potrebbe essere un buon complimento per la Nato ma non è nostra intenzione quella di mettere in discussione i rapporti transatlantici. Sarebbe più semplice collaborare ma sempre all’interno della Nato.”

A questo punto del discorso i mugugni già udibili in precedenza sono diventati delle grida di protesta, ma per fortuna ci ha pensato l’autorevole “storico” Tajani citato all’inizio a difendere la Merkel chiedendosi in maniera ironica se in parlamento vi fossero dei lupi. Una volta ci avrebbe pensato il connazionale, nonchè socialdemocratico, Schulz a difendere la sua Cancelliera ma l’anno scorso si era dimesso da Presidente per imbattersi nell’ennesima sconfitta della sinistra di governo, ciò nonostante ancora al potere con la stessa Merkel che l’ha cannibalizzata, in Europa. In tema di esercito comune europeo, che in tutta evidenza è parso il tema che più sta a cuore alle èlite europeiste timorose di eventuali rivolte sociali, la Cancelliera ha voluto specificare che noi e la Nato ci battiamo per gli stessi obiettivi, da lei naturalmente non elencati, e pertanto ritiene opportuno avere un esercito comune, che però combatta all’interno oltre che sotto il comando operativo della Nato. Non ci vedo alcuna contraddizione in questo, si è premurata di concludere. Gli europei del sud pronti a scendere in piazza, come diverse volte è accaduto negli ultimi anni in Grecia ed ultimamente in Francia contro le politiche d’austerity di Macron, e l’orso russo sono stati avvertiti. Tanto che lei stessa ha ribadito la natura del futuro esercito comune europeo come una forza di intervento.

Pertanto si configura un’armata attiva pronta a scendere sulla pubblica piazza e, se necessario a sparare, qualora sia messo in pericolo l’ordine pubblico europeo. Oppure a difendere i paesi baltici in caso di escalation militare con la Russia, provocata magari tramite delle volute provocazione contro le minoranze russe ivi residenti. Bisogna perciò riempirsi di solidarietà ed armarci tutti quanti per combattere assieme contro chi vuole sconfiggere il sogno europeo. Nell’idea dell’esercito europeo, partorita assieme all’impopolarissimo in patria presidente francese Macron e senza ovviamente chiedere lumi agli altri paesi, sembra condensarsi come non mai il nervosismo europeo e la consapevolezza di essere ancora una volta schiacciati tra gli USA e la Russia. Questo a dire il vero soprattutto a causa dell’appiattimento dei governi europei verso le politiche umanitarie attuate negli ultimi anni dalla prima delle due potenze. Sembrerebbero inoltre chiari i motivi dell’alleanza stretta tra Germania e Francia, visto e considerato che dopo la Brexit quest’ultimo paese l’unico in Europa a disporre di armamenti atomici che invece alla Germania sono stati finora preclusi.

Che dire di più dell’ultimo discorso di una donna politica, che per molti è stata la leader di una Germania orgogliosa della sua forza economica ma al tempo stesso autoproclamatisi custode dell’ordine liberale in Occidente, mentre per gli oppositori altro non è che il simbolo plastico di un’Europa sempre più tedesca e che per inseguire l’ordoliberismo in maniera pedissequa si è autocondannata all’irrilevanza geopolitica? I maligni potrebbero infierire facendo notare come la Merkel non abbia neppure mai fatto riferimento al termine “figli”, che in definitiva sono quelli che sconteranno o stanno già pagando le politiche attuali e quelle future. Questo poichè, come tutti probabilmente sapranno, i due leader attuali dell’UE Merkel e Macron non ne hanno, così come altri capi di governo europeisti tra cui il nostro ex Gentiloni. A prescindere tuttavia dalle parole dette e non dette, dagli omaggi più o meno sinceri di Juncker e Tajani, dagli slogan generali e di circostanza, una breve frase della ormai ex Cancelliera Merkel rispecchia come non mai un certo modo di vedere e soprattutto di vivere l’Europa da parte dei tedeschi. Durante il suo discorso le è scappato, anche se pareva molto convinta, di dire che l’Europa altro non è quel continente dove è stata inventata l’automobile. Alla maggior parte dei lettori parrà una frase irrilevante, ma in essa viene condensato l’odierno gretto materialismo e la nostra ricerca asfissiante di un certo benessere che nulla a che vedere con tremila anni della storia europea che hanno partorito la polis, la democrazia, la civiltà  cristiana, il rinascimento, l’illuminismo ed un immenso patrimonio letterario, per citare solo alcuni tra i nostri maggiormente sofferti parti. Secoli di conquiste spirituali e di battaglie si riducono evidentemente all’invenzione della macchinina, di cui andare fieri. Dopo il suo discorso qualche anima meno servile avrebbe potuto spifferare alla Merkel che, senza un abile e lungimirante autista, neanche la più veloce delle Mercedes fa molta strada, a prescindere dal motore a diesel.

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