Storie di ordinaria schiavitù

Oggi avrei voluto scrivere della recessione tedesca che è già una realtà, andando nei dettagli dei dati macroeconomici che confermano ciò. Avrei voluto parlare ancora della guerra tra bande di potere, non tra popolo e le fantomatiche èlite, in corso in Gran Bretagna sulla questione della Brexit. Invece ho cambiato idea ed ho preferito raccontarvi una storia, a mio parere molto simbolica dell’epoca che stiamo vivendo. In un tempo nel quale Professori di Storia, che non hanno mai dato un esame di Economia, giustamente diventano Ministri dell’Economia, in un periodo nel quale venditori di bibite prestati alla politica vengono nominati Ministri degli Esteri, nonostante non parlino inglese e non abbiano finito i corsi di studio, sarebbe troppo comodo dare la colpa di questo disastro storico, in Occidente paragonabile solo agli ultimi giorni dell’Impero Romano e agli anni della Peste in Europa, ai fantomatici poteri forti. Come dicono con un’espressione perfetta i tedeschi, prima di tutto dobbiamo analizzare lo Zeitgeist, ovvero lo spirito del tempo che stiamo vivendo.

Ebbene ecco la storia che vi racconto, cui ovviamente siete liberi di non credere: conosco una persona schiava. Non dirò né il sesso, né la nazionalità, né dove l’ho incontrata. La chiamerò semplicemente “questa persona” di tanto in tanto. Per ora vi basti sapere che questa persona è straniera, ha 40 anni, vive da molto tempo in Germania e lavora come impiegata in un ufficio. Non svelerò nemmeno se questa persona sia una mia collega oppure se l’ho conosciuta per altri canali. L’unico dettaglio importante che dovete sapere, ma al tempo stesso ripeto che non siete obbligati a credermi, è che la storia che sto narrandovi è assolutamente vera. Anzi, dirò di più: tutti i dettagli che tra un po’ vi svelerò mi sono stati detti da lei ipse dixit. Ebbene questa persona lavora in un ufficio. Secondo le sue stesse parole, si sveglia ogni giorno alle 05:00 per poter essere sul posto di lavoro alle 07:00. Per essere più precisi mette la sveglia alle 04:30 (ogni giorno, lo ricordo) ma, visto che è troppo presto per lei alzarsi a quell’ora, ci mette quasi sempre una mezz’ora abbondante per lasciare il letto. Specifico che la persona in oggetto vive da sola. Pertanto alle 05:00 si alza, fa colazione rigorosamente vegetariana e senza zuccheri inutili e verso le 06:30 esce di casa, prende la macchina e arriva in ufficio verso le 07:00. Nella vicenda specifica non ci importa granchè ma ci tengo a precisare, per mera dovizia di particolari, che lei è un’ambientalista convinta, mangia solo prodotti rigorosamente bio, è sicura che la fine ecologica del mondo sia questione di pochi anni, non beve né alcool né caffè, non fuma, ovviamente non mangia carne ma neanche dolci. Insomma ricorda un po’ Adolfino. Tornando alla sua routine quotidiana, lei di solito lavora 12 ore, fa la pausa pranzo di fronte al monitor, nel senso che mangia i suoi piatti preparati a casa davanti al suo computer aziendale, ed intorno alle 19:00 finisce di lavorare. Alle 20:00 è a casa, tempo necessario per mangiare, farsi una doccia veloce e alle 21:00 è già in letto a dormire. Il giorno dopo la storia si ripete uguale. Aggiungo ulteriori dettagli, sempre da questa persona descritti: qualche volta lavora anche la domenica, però da casa senza pertanto dover andare in ufficio. Per usare il solito anglicismo che ci rende così moderni, nel weekend fa home office. Inoltre durante il fine settimana, oltre a mandare mail di lavoro, è anche sempre impegnata non ad uscire con gli amici né tanto meno a coltivare degli hobby, bensì a prepararsi da mangiare per la settimana successiva. Questo perché nei normali giorni feriali non ha assolutamente un minuto di tempo libero per cucinare. Ma qualche tempo fa il suo stakanovismo lavorativo ha raggiunto vette impensabili perfino per un giapponese modello: sebbene fosse in ferie, un giorno si è recata lo stesso in ufficio poiché, sempre secondo le sue testuali parole, “aveva troppe mail cui rispondere”. Ripeto: ha lavorato nonostante fosse in vacanza pagata, ci mancherebbe altro, dall’azienda. Va da sé che lei si goda al massimo una settimana di ferie l’anno, mentre i rimanenti giorni di vacanza spettanti per contratto, non essendo pagati se rimasti inutilizzati, in pratica vengono da lei regalati all’azienda.

Tuttavia non è solo di questa vita casa – lavoro ma niente famiglia (la persona è single e non vuole in nessun caso avere figli) di cui voglio farvi partecipi. La persona in questione mi ha raccontato un’ulteriore storia personale, che ancora adesso mi fa molto riflettere. Alcuni anni fa aveva lavorato per una grande azienda multinazionale, che voi tutti di sicuro conoscerete ma che non voglio svelare, che tuttora ha una filiale a Berlino. In tutto era rimasta impiegata 2 anni per questa importante realtà, ma non aveva potuto lavorare di più per il semplice fatto di essere stata licenziata. Assieme a lei erano stati mandati a casa migliaia di lavoratori, tutti stranieri come d’altronde lei stessa. La motivazione del management è stata che era più comodo trasferire i dipartimenti, che si occupavano dei clienti, in Paesi dai più bassi costi del lavoro. Per esempio il reparto composto da persone parlanti inglesi era stato trasferito in toto in India, quello parlante spagnolo in Messico, quello parlante italiano in un altro Paese ormai Terzo Mondo come l’Italia e così via. Fin qui niente di strano, verrebbe da dire. Non stiamo in fondo parlando delle magnifiche sorti e progressive della globalizzazione, che ha come scopo finale di aumentare i profitti per pochi fortunati in Occidente ed al tempo stesso di garantire lavoro sottopagato nel resto del mondo? Nel caso della persona che ci interessa, come già da me accennato, lei è straniera. Aggiungo che le sue due lingue madri sono il francese e lo spagnolo, ma presso quella multinazionale aveva lavorato solo con il francese. Il reparto, dov’era impiegata fino alla triste notizia, stava per essere trasferito in Marocco, ex colonia francese dove quasi tutti parlano un ottimo francese e dove le paghe medie sono infinitamente più basse che in Occidente. Posso solo immaginare l’amarezza delle persone licenziate. Nel suo caso però l’azienda si era spinta oltre: le aveva infatti chiesto, dopo ricordiamolo averle dato la notizia che sarebbe stata espulsa per lasciare spazio ai lavoratori marocchini, di recarsi proprio in Marocco per fare un corso di formazione a quelli stessi nuovi impiegati, che le avevano appena “rubato” il lavoro. Allora io non so come voi avreste reagito, ma se un’azienda mi licenzia non perché sono lavativo od inefficiente, ma per il semplice fatto che desidera aumentare i propri profitti impiegando persone del Terzo Mondo pagate 20 volte meno di me, e poi quella stessa azienda mi chiede di recarmi da loro a spiegare il mio di lavoro, io come minimo li avrei mandati voi sapete dove e subito dopo avrei sputato in faccia a chi di dovere. “Ve lo fate da soli il corso di formazione, maledetti bastardi che mi avete licenziato solo per aumentare le vostre grasse pance!” Questa sarebbe stata la risposta, del tutto diplomatica, da fornire in un caso del genere.

Invece cosa fa questa persona, appena licenziata? Ovviamente si reca in Marocco a formare quelle stesse persone che le hanno appena “fregato” il lavoro. Da non credere, vero? Come motivazione aveva addotto le buone relazioni che aveva con la capa (sic) che le aveva chiesto questo favore. Qua siamo oltre Fantozzi. Vi volevo raccontare questa triste vicenda per farvi capire che, quando parliamo di alti temi geopolitici come la Brexit o la recessione economica in Germania, dobbiamo anche volare basso e pensare che dietro ci sono sempre delle persone in carne ed ossa. Ma vicende come questa appena descritta sono da considerare imputabili a delle persone od ormai siamo oltre lo stesso concetto di robot e di zombie? Quel che è certo è che le “persone” che passano le loro giornate a lavorare, senza avere il tempo di vivere, non sono una sparuta minoranza, come si potrebbe falsamente credere. Anzi, stanno aumentando a vista d’occhio. Lo dico inascoltato da anni che stiamo diventando come i giapponesi, i quali non possono abbandonare il loro ufficio se c’è ancora lì il capo, per rispetto nei suoi riguardi. Tra qualche anno anche nelle grandi città occidentali vedremo giovani uomini eleganti riversi per terra completamente esausti ed ubriachi, dopo aver lavorato 14 ore in ufficio. Di questo ne sono assolutamente certo. E’ solo una mera questione di tempo. Ma l’aspetto più assurdo è che, al contrario dei tempi “bui” del Medioevo, nessun capo spietato obbliga queste “persone” a lavorare così tanto, anche le domeniche o se si è in ferie come da me riportato sopra, ma sono proprio loro a voler vivere, anzi a sopravvivere così. Ossia sono gli schiavi stessi che vanno in cerca delle catene per legarsi, senza che un padrone disumano obblighi loro a portarle, almeno direttamente. In questo contesto degradato va da sé che lo spirito di ribellione sia inesistente, ma che anzi questi schiavi moderni rispettino profondamente il verbo dei dominanti, per usare un linguaggio quasi fusariano. Il neo feudalesimo è vivo come non mai anche in quella Berlino, presunta città più alternativa d’Europa.

La persona che ha obbedito, facendo un corso di formazione ai marocchini sottopagati che avevano appena preso il suo lavoro, mi ricorda quei disgraziati ebrei che durante l’ultima guerra avevano l’ingrato compito di gettare nei forni i corpi appena gasati dei loro ex compagni. Il problema era che prima o poi anch’essi venivano gettati nei forni, qualche volta vivi come forma di disprezzo.

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6 commenti su “Storie di ordinaria schiavitù

  1. …uhmm bella storia
    quando lavoravo in nota multinazionale -motori -aereo c’era gente che faceva 9-9: nove di mattina nove di sera.
    Nell’ultima invece, il caporale di turno ha ridarguito pubblicamente ingegnere fannullone che faceva meno di un ‘ora al giorno di straordianario.
    Immagino sappiate che gli over.time in italia, dopo il 6.livello sono gratis…
    che dire…

  2. Claudio. il said:

    Grazie infinite per il suo impegno e per il suo blog, che definire ottimo è riduttivo.

  3. pinco il said:

    se la tua vita è agganciata al lavoro e non alla provvidenza lavorare di più
    ti toglie dai problemi che non sai risolvere ,di famiglia, di relazione, etc..,
    rimane solo il lavoro ottimo!

  4. Paolo il said:

    Mah guardi io penso sia un problema di mentalità tedesca, mi perdoni la generalizzazione.
    un mio conoscente lavora a Vienna per un primaria multinazionale austriaca che fabbrica di tutto dai frigo alle gru come responsabile acquisti, il suo posto si lavoro è a fianco i suoi sottoposti sulla medesima grande scrivania.
    primo giorno di lavoro finisce alle 14,00 si alza e va all’asilo a prendere la figlia. Il giorno dopo ritorna al lavoro nessuno gli parla a pranzo nessuno lo calcola. Il giorno seguente decise di chiedere ai suoi colleghi il perché di quel comportamento nei suoi confronti e gli spiegano che non ci si comporta in quel modo ma si deve restare in ufficio fino alle 18 o19 gratis per far vedere che ti preoccupi dell’azienda.
    sa quel giorno è stato costretto a stare là altre 4 ore perché i suoi sottoposti, glielo hanno fatto presente al suo superiore.
    Non solo.
    quando è impegnato e non può o non vuole rispondere al telefono, vuoi perché è un fornitore che non gli interessa sentire, vuoi che sia perché è impegnato e magari lo richiamerebbe dopo, i suoi sottoposti senza avvisarlo gli alzano la cornetta e glielo passano, perché ai clienti o chicchessia bisogna sempre rispondere per la buona osservanza delle regole aziendali, sono pure andati a portargli il telefono in bagno.
    Lui non è austriaco, dopo un po ha lasciato.
    Schiavismo o autolesionismo teutonico?

    Grazie per aver continuato a mantenere questo eccezionale blog

  5. deutschevita il said:

    Buongiorno,

    innanzitutto la ringrazio e le chiedo scusa per il ritardo nella mia risposta.

    Molto interessante ma al tempo stesso sintomo dei tempi la sua storia. Le posso chiedere una curiosità? Il suo conoscente è italiano? Ovviamente non è obbligato a rispondermi per ragioni di riservatezza, ma sono curioso.

    La ringrazio.

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