Perchè la Germania ha terrore di una hard Brexit 1/2

Tra soli 3 giorni, ovvero martedì 11 dicembre, la Camera dei Comuni inglese deciderà se la Brexit s’ha da fare oppure no. Nei giorni scorsi il governo conservatore della Signora May, che in precedenza aveva trovato un accordo scritto con tutti i 27 paesi dell’Unione Europea, è andato sotto tre volte nella Camera dei Lords a causa di una mozione presentata dai laburisti ma approvata anche da una parte minoritaria dei conservatori, che lo obbligava a pubblicare il testo integrale dell’agreement portato a casa dopo mesi di complesse trattative con i rappresentanti della UE. Il clima è precario; non appena il governo britannico aveva annunciato di aver concordato i dettami della cosiddetta Brexit soft con l’odiata Europa, ben 4 Ministri conservatori si erano dimessi per protesta contro quello che veniva interpretato come un tradimento della volontà popolare scaturita dal referendum del 23 giugno 2016. L’ex Ministro degli Esteri Boris Johnson, leader morale degli ultra conservatori disposti a tranciare qualsiasi rapporto col Vecchio Continente, scalpita e si prepara a prendere il posto della May alla guida dei tories britannici.

Ad ogni modo qualora il Parlamento inglese dovesse bocciare, ipotesi quanto mai probabile vista l’esigua maggioranza di cui dispone la May, l’accordo faticosamente trovato con le istituzioni europee, si aprirebbe la strada o per una hard Brexit oppure per il ritorno alle urne o magari per un nuovo referendum popolare, che con tutta probabilità boccerebbe ogni volontà secessionista della Gran Bretagna, costretta a quel punto a rientrare nei ranghi. Quest’ultima prospettiva non sarebbe una novità per l’Europa “democratica”, visto che già in passato nei casi irlandesi e danesi per esempio aveva costretto (previ regalini elettorali di carattere economico) le popolazioni a votare in modo “giusto” finchè non si fosse raggiunto il risultato sperato, dopo che il corpo elettorale di quei paesi (ma non solo; pensiamo per citarne altri due la Francia e l’Olanda che avevano respinto il fumoso progetto di una Costituzione Europea nel 2005) aveva bocciato con sonore maggioranze i Trattati Europei.

La prima ipotesi appena citata sopra è quella della cosiddetta hard Brexit. Essa sarebbe giustificata dallo stesso Trattato di Lisbona in vigore dal 2008, il quale all’articolo 50 regola in maniera molto generica (anche perché all’epoca non era nemmeno lontanamente immaginabile) il recesso volontario ed unilaterale di uno stato membro dalla UE. Esso prevede che, qualora un paese facente parte dell’Unione esprima la sua volontà di recedere, il recesso scatta ufficialmente entro due anni dalla notifica per iscritto della suddetta decisione al Consiglio Europeo, il quale è titolare della presentazione di propri orientamenti per la conclusione di un accordo volto a definire le modalità del recesso di tale paese. Pertanto se nel tempo intercorrente tra la comunicazione per iscritto della volontà di recedere da parte del paese e l’uscita ufficiale di quest’ultimo dalla UE non si dovesse trovare un accordo condiviso e soprattutto rettificato dagli organi legislativi dello stato secessionista, dopo due anni scatta automaticamente l’uscita del paese stesso dall’Unione Europea. A meno che il governo del paese recedente non richieda una proroga al Consiglio Europeo, il quale tuttavia non è obbligato a concederla.

Nel caso britannico l’uscita automatica in mancanza di intesa scatterebbe il 29 marzo del prossimo anno. E’ questa l’ipotesi che maggiormente terrorizza sia l’odierno governo conservatore in Gran Bretagna, con l’eccezione della minoranza dura e pura capitanata come visto da Boris Johnson, sia in special modo i diversi governi europei che più degli altri negli ultimi anni hanno intessuto intensi rapporti economici e di scambi commerciali con il Regno Unito. Detto nella maniera più semplice possibile: qualora il Parlamento inglese dovesse bocciare l’accordo sulla Brexit raggiunto con la UE e da qui a marzo non si riuscisse a trovarne di altri, la Gran Bretagna uscirebbe automaticamente il 29 marzo 2019 con la prospettiva concreta di non accedere più al Mercato Unico Europeo. Questo comporterebbe l’introduzione di dazi e tariffe da entrambe le parti, ossia UK e UE, che determinerebbe a sua volta come effetto immediato il crollo degli scambi commerciali. Come vedremo in seguito, il paese maggiormente danneggiato da una potenziale hard Brexit e dalla possibile applicazione di dazi contro l’import di beni sarebbe la Germania.

Prima di esaminare nello specifico la natura e l’intensità degli scambi commerciali tra la Germania e la Gran Bretagna, che potrebbero appunto rimanere danneggiati in maniera irreversibile da una Brexit dura, prendiamola larga e rechiamoci tanto per cambiare a Berlino. Ci troviamo ora nell’immensa libreria Dussmann di ben cinque piani, situata nella centralissima Friedrichstrasse a due passi dall’Unter der Linden e non molto lontana dalla Porta di Brandeburgo. Navigando nel reparto libri stranieri, è ancora possibile incappare in un libricino per bambini che tenta di spiegare la Brexit attraverso dei disegni. Ve ne sono di diversi e non è ovviamente possibile descriverli tutti; cercheremo di riportare solo quelli a nostro modesto parere più significativi. In uno di questi è visibile un topino dentro una teca di vetro che sembra triste poiché dispone solo di un biscotto appena sgranocchiato con sopra un minuscolo cetriolo, sul quale è stata piantata la bandierina britannica. Appena fuori dalla teca invece è presente un grande vassoio di legno con sopra formaggi di qualunque tipo e forma e soprattutto di una certa grandezza: si nota l’inconfondibile gouda olandese dal caratteristico colore arancione, perfino il nostro pecorino sardo sembra fare capolino, senza contare i numerosi e squisiti formaggi francesi che fanno già venire l’acquolina in bocca. Il messaggio insito è chiaro: con la decisione di abbandonare il mirabile sogno europeo, i topi inglesi si sono dati la zappa sui piedi andando incontro ad una povertà senza prospettiva e vie d’uscita (la teca di vetro, appunto), mentre noi europei ed europeisti vivremo nell’abbondanza. Stavo per dimenticare un dettaglio importante: in cima ai ricchi e succulenti formaggi era piantata a sua volta la bandierina dell’Unione Europea. Il titolo della vignetta è: “Britain takes the Biscuit”.

Un altro disegno, dedicato ai bambini che già in tenera età devono comprendere quanto stupidi siano stati i loro omologhi dall’altra parte della Manica a scappare, raffigura la Mutti Europea in forma di una bellissima ragazza dai capelli blu che stringe sorridente sotto di sé i diversi bambini che compongono la nostra grande famiglia europeista, che ci ha dato 70 anni di pace e prosperità senza confini. Ogni bambino e bambina indossa una maglietta con i colori della propria nazione. Guarda caso gli unici due bambini già cresciuti ergo più alti rispetto agli altri, che invece si faranno ancora la pipi a letto, sono quelli con la bandiera tedesca ed austriaca come maglietta, quasi a denotare la maturità e razionalità insite nei popoli di lingua e cultura tedesca rispetto all’emotività latina. Il Sorgenkind italiano è praticamente ancora in fascia, tanto che cammina carponi, per dirne una. Gli altri bambini sono comunque tutti felici di venire accuditi da mamma Europa che sorridente li controlla; l’unico bambino triste ed isolato che guarda da lontano e con invidia gli altri è quello con la magliettina raffigurante l’Union Jack britannica. Titolo del disegno è “Lady Europe and Children”.

Vi risparmio le altre: vi basti sapere che ve n’è una nella quale due topi britannici rubano un’immensa torta durante un festoso pic-nic all’insaputa degli altri animaletti europeisti, che fino a quel momento stavano mangiando e bevendo in un clima di concordia reciproca, che tutti noi cittadini abbiamo già sperimentato molto bene, in special modo durante le numerose crisi che si sono verificate negli ultimi anni. In un’altra dei bambini scrivono tramite colori variopinti su un muro i nomi dei loro paesi con cuori, soli e libri aperti di circostanza, mentre sulla destra diviso da un albero senza foglie un grigio e povero child inglese scrive in maniera grossolana United Kingdom sul muro. Oppure un’altra nella quale tutti i bambini e bambine dai diversi colori della pelle giocano allegri assieme, mentre il cattivo bambino inglese dai capelli biondi è l’unico a distruggere il suo giocattolo. Chiunque sia interessato, potrà trovare il simpatico libricino di propaganda politica made in Germany da inculcare ai nostri bambini, cercandolo come “Drawing Europe Together”.

Perché ho detto che questo piccolo libro di illustrazioni, 45 per la precisione, è made in Germany? Beh innanzitutto perché il curatore è un certo Axel Scheffler, un illustratore tedesco nato ad Amburgo ma che dal 1986 vive e lavora a Londra. In secondo luogo dal momento che Scheffler stesso nella sua prefazione ci svela come il libro europeista per bambini sia stato pubblicato da una casa editrice tedesca, la Markus Weber at Moritz Verlag, e vista la sua importanza ideologica sia stato presentato perfino alla prestigiosa Fiera del Libro di Francoforte nel 2017. Dopo l’esposizione alla Messe di Frankfurt, il libello è stato anche proposto all’attenzione del governo federale tedesco a Berlino, sotto l’attenta supervisione di Katarina Barley, che all’epoca era la Ministra socialdemocratica (SPD) per la Famiglia, gli Anziani, le Donne e la Gioventù presso il terzo Governo Merkel. Giustamente un’iniziativa di questo tipo, atta a (ri)educare la gioventù contro i rischi di una secessione egoistica e cattiva da parte dei bambini/topi inglesi, non poteva non ricevere il supporto da parte della Germania governativa.

Basterebbe questo per far capire al lettore italiano come i nervi tedeschi su una hard Brexit, tale da compromettere gli intensi rapporti commerciali con la perfida Albione, e su un possibile crollo del sogno europeo siano molto tesi. Tuttavia anche sul versante inglese i timori per un’Europa germanica non sono di certo iniziati con la secessione britannica avviata due anni fa. A tal proposito basterebbe fare una ricerca su Youtube, per scovare tutti quei interventi pubblici di Farage, nei quali il fautore principale dell’uscita dalla UE denunciava la fallimentare amministrazione tedesca di temi molto delicati, come la crisi greca e quella dei migranti. Si potrebbe dire che ogni suo intervento al Parlamento Europeo di Strasburgo fosse stato condito da una continua critica nei confronti della Germania della Signora Merkel, che avrebbe sempre agito in maniera unilaterale, senza consultarsi con gli altri paesi, e soprattutto curando solo i propri interessi. Ricordiamo che Farage è stata la figura politica britannica che più delle altre si è battuta per la Brexit e i cui attacchi verbali al ruolo della Germania nella crisi dell’Europa hanno giocato un ruolo fondamentale nella vittoria al referendum nel 2016. Comunque sia, come accennato qualche riga sopra, i timori inglesi per una Germania di nuovo al centro degli equilibri europei non nascono ieri. A tal proposito risulta interessante citare un articolo che uscì sullo Spiegel Nr.29 il 16 luglio del 1990, l’anno della riunificazione della due Germanie.

Esso aveva riportato il riassunto di un memorandum segreto a porte chiuse[1], che l’allora Governo di Margaret Thatcher aveva incaricato di redigere a proposito del nuovo ruolo che la Germania appena riunificata avrebbe avuto per gli anni venturi. Ricordiamo che la conservatrice, nonché fautore assieme al Presidente americano Ronald Reagan delle cosiddette riforme neoliberiste, Signora Thatcher all’indomani della riunificazione tedesca fu il politico europeo che più di tutti si era battuto contro la moneta unica dell’Euro, ideata nell’Atto Unico del 1986 a Milano e poi portata a termine con il Trattato di Maastricht nel 1992, e soprattutto contro un’Europa appena liberata dai sovietici, ma tuttavia dominata da una Germania di nuovo forte ed aggressiva. Prima di convocare la conferenza di politologi esperti ed accademici sul ruolo futuro della Germania, il suo più fedele Ministro Nicholas Ridley arrivò a paragonare il Cancelliere tedesco Helmut Kohl ad Hitler, aggiungendo come “i tedeschi stessero cercando di nuovo di conquistare l’Europa”. Dopo aspre critiche provenienti dal suo stesso partito conservatore, Ridley dovette ritirare le sue dichiarazioni e scusarsi, mentre qualche mese dopo la conferenza segreta il Primo Ministro anti-Europa unita ed anti-Germania riunificata Thatcher dovette dimettersi dopo una mozione di sfiducia parlamentare proveniente dall’ala dissidente del suo partito, di cui per un decennio era stata la leader incontrastata.

La prima domanda cui gli esperti inglesi ma anche americani, tra cui gli storici scozzese-americano Gordon A. Craig ed il britannico Timothy Garton Ash, dovettero rispondere su richiesta del governo Thatcher fu: “Chi sono i tedeschi?”. Il responso fu alquanto duro. Secondo tutti gli accademici riunitisi per l’occasione, alcuni caratteri nazionali del popolo tedesco sarebbero stati presenti ancora negli anni ’90, tra cui l’inclinazione a sopravvalutare le proprie capacità e le proprie forze, oltre a possedere ancora tendenze di paura ed al tempo stesso di aggressività verso gli altri popoli, di arroganza, spietatezza, autocompiacimento ed un costante complesso di inferiorità. La seconda e fondamentale domanda governativa fu “I tedeschi sono cambiati?” Ebbene gli esperti diedero un responso per nulla rassicurante; sempre secondo loro beninteso, i tedeschi si sarebbero ancora orientati a linee storiche iniziate con Bismarck e temporaneamente interrottesi solo con la sconfitta del 1945. Nello specifico tratti caratteristici del Secondo Reich (1871 – 1919), nato con la vittoria contro la Francia nel 1871 a Sedan e morto con la sconfitta subita nella Prima Guerra Mondiale, sarebbero stati ancora presenti all’epoca della conferenza. Caratteri tipici del popolo tedesco e della struttura stessa del loro stato sarebbero stati uno slancio (Drang) nevrotico verso l’affermazione di sé, un’alta crescita demografica, un sistema economico chiuso ed una cultura sciovinistica.

Alcune di quelle affermazioni dell’epoca, ossia inizio anni ’90, sarebbero poi state smentite dai fatti; l’odierno tasso di nascita in Germania è tra i più bassi d’Europa e senza l’apporto di immigrati sarebbe ancora più drammatico, mentre la chiusura economica verrebbe negata dal convinto europeismo di tutti i governi tedeschi degli ultimi 30 anni, che tra i vari aspetti ha permesso alla Germania contemporanea di avvantaggiarsi di una valuta troppo debole (per lei) come l’Euro, tale da diventare il primo paese al mondo in fatto di export. Infatti diversi analisti maggiormente critici della moneta unica europea la definiscono in verità come un neo marco mascherato. Tuttavia all’interno del senso generale dell’articolo sulla Brexit, il report segreto del governo britannico del 1990 ci è utile per comprendere quanto i timori di parte della politica ma anche della popolazione britannica nei confronti di una Germania di nuovo forte economicamente, nonostante le rovinose sconfitte subite in due conflitti mondiali, fosse ancora presente. Lo stesso numero dello Spiegel, che ne aveva riportato un  estratto, faceva esplicitamente riferimento nell’intro dell’articolo a questa paura in quegli anni ancora presente in strati non indifferenti della popolazione inglese. In fondo parliamo di un lasso temporale storico di soli 45 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, che in Gran Bretagna furono ricordati anche per le devastazioni subite dalle città inglesi a causa dei bombardamenti della Luftwaffe (in seguito ricambiate dalla Raf contro le città tedesche).

La Brexit è riuscita in qualche modo ad incanalare questi antichi timori mai veramente sopiti, aggiungendovi il dissenso nei confronti della gestione unilaterale dell’immigrazione siriana da parte di Frau Merkel nell’estate del 2015. Come terzo punto si potrebbe infine richiamare la paura storica delle èlite britanniche di dover a che fare con un continente europeo, dominato da un unico stato. Questo fu il motivo principale per cui nei secoli scorsi soldati inglesi combatterono e morirono sul suolo europeo, per impedire cioè che il blocco unico continentale egemonizzato dai vari Napoleone e Hitler di turno potesse minacciare la prosperità della Gran Bretagna, che a quel punto avrebbe corso il rischio di limitarsi al ruolo di colonia europea. Ovviamente i tempi non sono più così drammatici, ma l’intento politico di impedire che l’Europa unita venga monopolizzata un’altra volta da una Germania forte e sicura di sé ha contribuito allo scetticismo nei confronti di questa Europa Unita, in realtà germanica secondo l’ottica inglese, da parte della maggioranza dei cittadini di Sua Maestà britannica, che nel giugno di due anni fa votarono a favore della Brexit.

A questo punto il lettore si potrebbe giustamente chiedere se abbia ancora senso guardare solo al passato e se non valga invece la pena, al netto delle considerazioni di carattere storico, di analizzare le conseguenze di una Brexit dura, ossia senza accordi e con possibili dazi da una parte e dall’altra, per la Germania. A tal proposito ci viene in aiuto una delle personalità più insperate ed improbabili che si potrebbero immaginare.

(…continua)

[1] Per completezza di informazioni aggiungiamo che il testo completo del memorandum (tradotto in tedesco) è possibile trovarlo nel libro, in verità una raccolta di saggi, dello storico tedesco Ulrich Wickert dall’emblematico titolo Angst von Deutschland – Die neue Rolle der Bundesrepublik in Europa und der Welt”, traducibile in italiano come La paura della Germania – Il nuovo ruolo della repubblica federale in Europa e nel mondo”. Il testo è presente nelle pagine 228 – 234.

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