Pensioni minime e tredicesime non per tutti

Foto originale tratta da https://www.youtube.com/watch?v=KECB2b8Vm-w

Quando il lettore/ascoltatore medio italiano residente nel Belpaese legge/ascolta di Germania, la prima cosa che probabilmente penserà è che si tratta in questo momento del paese più stabile in Europa. I dati macroeconomici sembrano parlare chiaro: i tassi di disoccupazione, in special modo nelle regioni occidentali come la Baviera, sono a livelli minimi, i salari di sicuro ben più alti rispetto a quelli medi italiani e in definitiva in Germania è ancora presente un sistema sociale, per molti aspetti inesistente in Italia, che garantisce un sussidio minimo di sopravvivenza a chi per esempio perde il proprio lavoro o magari, pur lavorando, abbia serie difficoltà ad arrivare a fine mese. Non sarà nemmeno un caso che negli ultimi anni la Germania, assieme agli altri paesi del Nord Europa, si sia dimostrata un vero polo d’attrazione per milioni di persone alla ricerca di una vita migliore. Su questo non ci piove.

Tuttavia vi sono anche qui dei lati oscuri, magari sconosciuti in Italia? La risposta è: JA, certo che ci sono. Uno di questi è la mancanza di una tredicesima, che qui in Germania si chiama letteralmente “denaro di Natale”, per tutti i lavoratori. Secondo i dati statistici del portale online Statista.de, l’86% degli impiegati con contratto collettivo (Tarifvertrag) in Germania riceve la tredicesima. Peccato che all’interno della cosiddetta locomotiva d’Europa non tutti i lavoratori siano impiegati con regolare contratto tariffario. Secondo un articolo del locale quotidiano del polo finanziario di Francoforte – la Frankfurter Rundschau – uscito a novembre del 2017, nelle regioni occidentali poco più del 51% di tutti i lavoratori è impiegato a contratto tariffario. Statistiche ben più impietose si registrano invece nei Länder orientali, quelli per intenderci che facevano parte della defunta Germania Est, dove solo il 36% degli impiegati lavora a contratto collettivo. Per comprendere appieno il trend, basti sapere che il medesimo quotidiano di stanza a Francoforte ha riportato che solo vent’anni fa in tutta la Germania, comprese quindi le nuove regioni dell’est, circa i due terzi dei lavoratori potevano vantare un contratto collettivo. L’erosione del sistema di contrattazione collettiva, che tra i vari “privilegi” comprende appunto la tredicesima natalizia, ha subito un’accelerata dagli anni ’90 in poi, interessando soprattutto i lavoratori orientali, che invece durante la perfida dittatura comunista della DDR erano perfino costretti ad avere un impiego pena una multa e, nei casi di recidiva, addirittura il carcere.

Tornando al discorso della tredicesima non per tutti, ebbene sul totale dei lavoratori in Germania con o senza contratto tariffario che la prevede, essa coinvolge solo il 55% di chi ha un impiego, con una predominanza degli uomini che l’hanno ottenuta (57%) rispetto alle donne (49%, meno della metà). Ad essere “discriminati”, oltre le donne, sono anche i lavoratori a part – time (45%) e quelli dell’est del paese con un misero 42%. E’ plasticamente chiara, o almeno dovrebbe, la differenza ancora intercorrente tra l’est e l’ovest proprio nel trentesimo anniversario della riunificazione tedesca. Il dettaglio interessante è che comunque sia non tutti i lavoratori a contratto tariffario percepiscono una tredicesima, che di fatto non è un diritto garantito per contratto a tutti e ad ogni scadenza annuale. Inoltre non sempre in Germania la tredicesima assume le forme di una mensilità aggiuntiva, come in Italia, bensì quella di un mero bonus anche da poche centinaia di Euro una tantum. In ogni caso anche questo bonus, attraverso l’aggiunta di un’apposita clausola contrattuale, non è garantito dal datore di lavoro; detto altrimenti, quest’ultimo non è obbligato ad erogare il bonus ogni anno. Qualora decida di non darlo ai suoi lavoratori, o magari di escluderlo o ridurlo per i tirocinanti o per gli studenti anch’essi non raramente impiegati, non deve rendere conto a nessuno della sua scelta. Una classica motivazione di mancata erogazione della tredicesima natalizia o bonus di fine anno, che dir si voglia, è un periodo di difficoltà economiche o, peggio ancora, la necessità di risparmiare a causa di un imminente rischio di fallimento.

Altro aspetto economico della Germania di sicuro poco conosciuto è che in questo paese leader del Vecchio Continente non esiste una pensione minima, come in Italia. Ebbene sì, nello stato più ricco d’Europa non è previsto un importo minimo per chi dopo una vita di lavori, magari non sempre ben pagati, finalmente si riposa. Nell’ormai lontano 2013 la ancora (relativamente) forte SPD aveva proposto una pensione di solidarietà, poi bocciata nelle varie esperienze di grande coalizione con la CDU della Signora Merkel. Tale progetto prevedeva una pensione minima di 850 Euro per chi fosse rimasto disoccupato per 30 anni (sic) o per chi durante il medesimo periodo di tempo fosse stato impiegato in settori a bassi salari. Va da sé che le pensioni delle regioni orientali sono ancora oggi più basse rispetto a quelle occidentali. Le proposte della SPD sono state respinte e si è calcolato che in Germania una pensione su due sia sotto gli 800 Euro. La mancanza di una pensione minima forse spiegherebbe il sorprendente dato, secondo il quale 1,42 milioni di pensionati si trovi costretto, o magari anche desideri, a lavorare anche dopo il raggiungimento dell’età per uscire dal mondo del lavoro. A riportare questo dato interessante sono stati diversi media mainstream tedeschi, tra cui il die Zeit, facendo notare come l’odierna quota dell’11,4% di pensionati che lavorano è cresciuta a dismisura dal 2010, quando era appena del 5%. Di fatto è più che raddoppiata ed è maggiore di quella media degli altri paesi dell’Unione Europea.

Un ulteriore dato macroeconomico, che nessuno si aspetterebbe di leggere, sulla Germania regina mondiale dell’export ci viene dall’OCSE. In uno studio (outlook) sulla prospettive dell’economia tedesca per l’anno appena passato, vi sono diversi elogi. Come quello sulla disoccupazione bassa, l’alta qualità della vita e dei servizi e dei salari più alti rispetto alla media degli altri paesi OCSE, per citare alcuni dei punti positivi messi in evidenza nel report. Tuttavia in fatto di stress sul lavoro e di disparità salariale uomo-donna, la Germania col 42% di differenza salariale di una lavoratrice media rispetto al suo collega maschile, non può di certo vantarsi di fronte al resto del mondo. Last but not least l’organizzazione internazionale, che raggruppa i 35 paesi più industrializzati del globo, si lamenta di aumenti salariali minimi rispetto ad un contemporaneo calo della disoccupazione. Ecco le testuali parole dell’OCSE:

Wage growth in Germany has been very moderate in spite of a tightening labour market (…) The current weak wage growth reflects a longer-term trend in Germany, by which the continuous decline in unemployment over the last decade has not translated into a corresponding rise in wages. A dynamic low-pay sector and lower relative earnings for part-time workers have contributed to this trend”.

L’OCSE ci tiene comunque a precisare che i lavoratori a salari bassi descritti sopra hanno beneficiato dell’introduzione di un salario minimo garantito a 8,50 Euro l’ora a partire dal 2013.

Come visto, non tutto è rose e fiori nemmeno in Germania. Casualmente il partito populista di destra dell’Afd sta riscuotendo un grande successo nelle regioni orientali ex DDR, quelle cioè maggiormente coinvolte dai fenomeni di impoverimento e precarietà esistenziale menzionati sopra, ma questa è tutta un’altra storia.

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