La banca tedesca che tremar il mondo fa

Smaltite le sbornie del Capodanno, tuffiamoci subito nelle analisi geopolitiche per quello nuovo appena iniziato. Fedeli alla ratio di questo blog, oggetto delle previsioni sarà la Germania del quarto governo Merkel, che si appresta a salvare l’Europa tutta dalla grave crisi economica e politica che la attanaglia da anni. Anche i più pessimisti non devono mai dimenticare come la Cancelliera tedesca, alla guida dell’ennesima grande coalizione tra democristiani e socialdemocratici, sia l’unica eroina, o se vogliamo l’unica Atlante femminea, in grado di reggere il pesante globo dell’ordine occidentale messo in discussione dagli infidi populisti. Chi meglio di lei infatti, che è stata premiata con una sorta di Nobel per la pace dall’ordine francescano d’Assisi per il suo impegno per la pace oltre ad essere stata battezzata già nel 2017 da un noto network americano come il leader morale dell’Occidente, potrà trovare i rimedi giusti, senza scambiarli per cause dei nostri mali? Prima però di addentrarci nelle sfide che la Germania dovrà affrontare per i prossimi 12 mesi, cerchiamo di dare un significato all’immagine di copertina.

All’occhio comune non potrebbe sembrare altro che un grafico raffigurante una perdita nel valore di azioni di una determinata banca, di cui tra un po’ sveleremo il nome. In verità le linee perennemente al ribasso, che potrebbero certo rappresentare una grave ed irreversibile crisi di quella specifica banca, sono anche un tabù. E’ proprio così, non vi sono errori di battitura che tengano. Le perdite delle azioni di uno degli istituti bancari più importanti al mondo, il quindicesimo secondo gli analisti finanziari, non vengono sovente riportate né dagli organi di stampa tedeschi né da quelli italiani. Eppure il valore delle azioni della banca in questione hanno iniziato la loro discesa agli inferi nel 2014, ossia nello stesso periodo in cui in Italia i discorsi sui salvataggi di banche nostrane a rischio fallimento come quelle venete e soprattutto il Monte dei Paschi di Siena e l’Etruria del papà del Ministro Boschi erano all’ordine del giorno. Ancora adesso nessun quotidiano italiano, né tanto meno tedesco, apre le proprie prime pagine cartacee od online con la notizia che la più grande banca presente in Germania è a rischio bancarotta, avendo perso le sue azioni solo nell’ultimo  anno qualcosa come il 52% del proprio valore.

Eppure questo dato non è affatto nascosto né appannaggio di chi sa quale società segreta, che domina il mondo occultando le notizie al resto dell’umanità. Basta digitare su Google il nome della misteriosa banca, che tra poche righe verrà finalmente rivelato, assieme alla parolina magica “Aktien”, che in tedesco significa azioni, e tutte le informazioni appaiono per incanto. Come speriamo avrete ben compreso, la banca in questione è la Deutsche Bank. Negli ultimi 5 anni essa ha perso il 75%, detto altrimenti i tre quarti, del valore delle sue azioni, facendole vincere il poco ambito premio di maggior perdente sul mercato azionario tedesco. Eppure una notizia come questa non trova spazio nei media cosiddetti mainstream. Appena lasciatoci alle spalle il decennale del fallimento della banca americana Lehman Brothers, che ha dato il via alla crisi economica mondiale, sembra che nel mondo della finanza pochi abbiano imparato la lezione. Già nell’aprile 2016 un articolo del blog americano di finanza ed economia ZeroHedge dall’emblematico titolo “Deutsche Bank is probably insolvent”, diede conto dell’opinione del professore Kevin Dowd. Alla domanda se il prestigioso istituto tedesco con ramificazioni mondiali fosse tecnicamente insolvente, l’esperto ammise di non essere in grado di fornire una risposta certa per il disarmante fatto che già all’epoca non si poteva calcolare la quantità precisa di derivati presenti al suo interno. Stime generali, riportate dallo stesso ZeroHedge, avevano calcolato in maniera del tutto approssimativa che l’esposizione per derivati della Deutsche Bank fosse di almeno 42 migliaia di miliardi di Euro. Inutile e stucchevole aggiungere che “migliaia” non è affatto un errore di battitura.  Il lettore, anche non esperto di economia, tenga solo conto che il Pil annuo della Germania è stimato intorno alle 3.200 migliaia di dollari, a data 2017.

Nel frattempo gli ultimi tre anni hanno visto l’insediamento di un nuovo capo alla DB, il tedesco Christian Sewing. Tuttavia gli scandali e il crollo delle azioni non sono finiti, anzi. Accuse di aver manipolato i tassi di interesse, operazioni offshore, riciclaggio di denaro, perfino l’infamante sospetto di essere invischiata negli sporchi affari di evasione di somme colossali all’interno dell’inchiesta internazionale sui Panama Papers. Questi sono solo alcuni dei processi, per i quali i vertici della Deutsche Bank hanno dovuto sborsare miliardi di Euro di sanzioni. Solo negli Stati Uniti, ancora il paese più ricco del mondo ergo mercato privilegiato per questo genere di “operazioni”, la Deutsche Bank dopo regolari processi presso i tribunali americani ha dovuto pagare un’esorbitante multa di più di 7 miliardi di dollari. Alcuni dei suoi dirigenti di punta negli States sono perfino finiti in carcere. A darne conto non era stato qualche giornale straniero in mala fede come, poniamo, l’insidioso Sputnik News pilotato dall’onnipresente Putin, bensì un articolo del quotidiano tedesco die Zeit, uno dei più letti in Germania e non solo, il quale in data 23 dicembre 2016 ci informava che l’accusa da parte della giustizia americana era arrivata a chiedere quasi il doppio della pena pecuniaria poi effettivamente comminata, ossia circa 14 miliardi di dollari. L’accusa, provata nelle aule giudiziarie, era quella di aver gonfiato il valore di titoli garantiti da ipoteca tra il 2005 e il 2007. La condanna, storicamente la più alta per una banca straniera operante negli Stati Uniti, aveva rivestito una gravità ancora maggiore dal momento che la DB era stata accusata di aver contribuito al crollo del mercato immobiliare americano, con tutte le conseguenze note in termini di conseguente recessione globale, a seguito delle sue rischiose manovre finanziarie.

Nemmeno un anno dopo, esattamente il 23 maggio 2017, sempre il die Zeit riportava come un’altra multa,  questa volta “solo” milionaria, ancora da parte di un tribunale americano fosse stata messa in conto alla banca tedesca. La nuova accusa era di riciclaggio di denaro operato per conto di oligarchi russi, pulizia di denaro probabilmente sporco che ha permesso loro di piazzare qualcosa come 10 miliardi di rubli nei mercati internazionali di New York e Londra. Evidentemente le sanzioni americane ed europee contro la Russia di Putin, a seguito dell’annessione della Crimea nel 2014, che tanti danni hanno creato anche alle aziende nostrane, sono state violate da chi, come i ricchi russi e la banca tedesca, dispone di mezzi finanziari di un certo peso. L’ulteriore multa di 41 milioni di dollari si era assommata a quelle precedenti, raggiungendo il valore totale di 630 milioni di dollari da pagare all’erario americano. Nemmeno la banca Etruria, la Monte dei Paschi di Siena ed altri istituti bancari italiani protagonisti di torbide vicende nostrane, sarebbero mai riusciti a spingersi a tanto.

Un pezzo uscito recentemente sull’Epoch Times a firma di Hubert von Brunn dal duro titolo “Deutsche Bank come sinonimo del declino tedesco”, fa risalire l’attuale stato miserrimo delle finanze del colosso bancario all’insediamento, avvenuto nel 2002, dell’allora nuovo presidente esecutivo, lo svizzero Josef Ackermann. Secondo l’opinione dell’editorialista, nei suoi 10 anni di mandato egli avrebbe trasformato questo faro dell’economia tedesca in un cumulo di macerie. Oggetto delle feroci critiche verso l’attuale stato della Germania, lungi dall’essere roseo, sono anche i 20 miliardi di Euro di multa che la casa automobilistica Volskwagen ha dovuto versare sempre dopo condanne di tribunali americani per il noto scandalo Dieselgate, oltre l’evidente impossibilità per la capitale Berlino di dotarsi di un nuovo aeroporto, tanto che i lavori durano dal 2006. Tornando alla salute del “grande malato d’Europa” che si chiama appunto Deutsche Bank, origine dei futuri disastri non ancora risolti ai giorni d’oggi, ci sarebbe stata anche la decisione presa da Ackermann di fissare l’ambizioso obiettivo di raggiungere un rendimento sul capitale pari al 25%.  Al tempo stesso il banchiere svizzero, pagato 13 milioni d’Euro l’anno per i suoi servigi, aveva annunciato la riduzione di 6.400 posti di lavoro, scatenando un grido d’indignazione attraverso il paese. E tutto ciò accadeva proprio il giorno dopo che il numero dei disoccupati in Germania per la prima volta aveva superato (all’epoca) le cinque milioni di unità. Nel frattempo altri presidenti si sono succeduti alla guida della Deutsche Bank ma la situazione finanziaria non ha fatto che peggiorare. In data odierna il valore in Euro per ogni azione ammonta a circa 7,24 Euro; come scritto all’inizio di questo articolo, nell’ultimo anno il loro valore si è più che dimezzato con una perdita del 52%. Se guardiamo al ritroso nel tempo, vediamo come le perdite delle azioni siano state del 75% negli ultimi 5 anni. Qualora il nuovo vertice societario capitanato dall’aprile dell’anno scorso dal tedesco Sewing non riesca ad invertire la rotta, l’ipotesi del fallimento si fa ogni giorno meno improbabile.

Al rischio di veder chiudere bottega un simbolo della germanicità del mondo, proprio all’interno di quell’economia definita da diversi commentatori come la fantomatica “locomotiva d’Europa”, la locale classe politica non rimane certo a guardare. Il quotidiano finanziario Handelsblatt, sorta di corrispettivo tedesco del nostro Sole24ore, ha descritto l’eventualità prospettata dal Ministro delle Finanze, il socialdemocratico Olaf Scholz, di fondere la DB assieme ad un altro colosso bancario (il quarto del paese) in crisi profonda da anni, ovvero la Commerzbank. Anche le azioni di quest’ultima banca hanno dimezzato il proprio valore negli ultimi dodici mesi, esattamente del 54%, ancor più della prima oggetto della nostra attenzione. Se dunque la Deutsche Bank piange, nemmeno la “sorella” Commerz ride, anche tenendo conto che dal settembre dell’anno scorso quest’ultima è uscita dall’indice primario DAX, una sorta di Piazza Affari tedesca che racchiude al suo interno le banche e società maggiormente quotate in borsa. Da diversi mesi la quarta banca di Germania è stata retrocessa nella cosiddetta seconda lega bancaria, una specie di serie B per intenderci meglio, dal nome Mdax. La scelta è stata dovuta ad azzardate manovre finanziarie prese in passato dal suo management oltre al vistoso calo delle azioni menzionato sopra.

Ad ogni modo l’eventualità di una loro fusione, che da anni aleggia nell’aria e che puntualmente è stata smentita dai rispettivi vertici societari, ha permesso ad entrambi gli istituti di rialzare il valore delle proprie azioni negli ultimi giorni. Tuttavia questo potrebbe rivelarsi come un mero fuoco di paglia, come già gli investitori hanno fatto trapelare. Contro l’ipotesi della fusione e relativa creazione di un nuovo colosso bancario tedesco, una specie di Moloch pieno di derivati ma a questo punto too big to fail, vi sono diversi punti critici: innanzitutto i costi, che secondo le analisi della società finanziaria Barclays ammonterebbero al 150% dei risparmi annuali previsti. In caso di fusione la Deutsche Bank verrebbe convertita in una holding. Ciò semplificherebbe la sua struttura, facilitando il compito ai sorveglianti delle banche. Tuttavia l’istituto dovrebbe rivalutare le sue posizioni in bilancio, comportando carichi elevati. Anche alla Commerzbank vi sono ancora degli oneri dormienti nascosti, come il portafoglio da miliardi di Euro dei titoli di stato italiani (attenzione). Deutsche Bank è consapevole che una fusione senza aumento di capitale sarebbe rischioso. Inoltre un affare così grande rischia di paralizzare la nuova organizzazione per gli anni a venire, in un momento in cui l’intero settore bancario viene letteralmente trasformato dalla digitalizzazione. Ci sarebbero di sicuro perdite di posti di lavoro a diversi zero; basti considerare che 25.000 posizioni erano già andate perse solo quando nel 2009 Commerzbank rilevò la Dresdner Bank, all’epoca terza banca del paese. Nella prospettiva di una maxi fusione tra la prima e la quarta banca di Germania, per giunta entrambe in crisi profonda da anni, complice anche il taglio degli sportelli dovuto alla digitalizzazione, il bilancio finale in termini di licenziamenti potrebbe essere di ben altra sorta.

Oltre alla dubbia opportunità di unire due banche con rossi in bilancio da anni, con la prospettiva di peggiorare la situazione in caso di ulteriori perdite future invece di semplificarla, sussiste inoltre un problema squisitamente politico, che a sua volta si intreccia con le intricate relazioni tra i paesi che compongono l’Unione Europea. Infatti ancora oggi, attraverso la direttiva europea BRRD in vigore in Italia dal 1 gennaio 2016, si prevede che in caso di gravi difficoltà finanziarie di una banca siano gli azionisti, gli obbligazionisti e i grandi correntisti (con almeno 100mila Euro di depositi) della banca stessa a contribuire al salvataggio della medesima con i propri soldi. E’ il cosiddetto bail-in, il quale viene di solito contrapposto al bail-out, che prevede invece un intervento diretto da parte dello Stato nel piano di salvataggio delle banche a rischio bancarotta attraverso i soldi di tutti i contribuenti. Nel caso tedesco di fusione tra i due maggiori istituti bancari, lo Stato potrebbe però svolgere un ruolo di primo piano alla riuscita della rischiosa operazione, visto e considerato che ancora oggi col 15% delle quote è il maggior azionista della Commerzbank. Forse questa implicita presenza statale, sotterranea ma del tutto decisiva per il buon esito dell’operazione, potrebbe spiegare l’amnesia dei diversi media tedeschi a proposito dell’odierna crisi senza fine della Deutsche Bank, che potrebbe appunto essere salvata solo attraverso l’extrema ratio della fusione pilotata dal Ministero delle Finanze.

D’altra parte il salvataggio di due banche di peso, col generoso intervento statale tedesco, sarebbe uno schiaffo (l’ennesimo) al rispetto delle norme europee. Sarebbe insomma ancor più evidente che in Europa vi sono due pesi e due misure a seconda del paese in questione. Ricorderebbe la recente vicenda del deficit italiano, portato a poco più del 2% dopo minacce da parte della Commissione Europea contro il perfido governo eurofobo, mentre alla Francia dell’europeista Macron è stato concesso di continuare a sforare la fatidica (oltre che del tutto irrazionale) soglia del 3%. Ci ha pensato lo stesso Commissario alle Finanze, casualmente francese, Moscovici a rassicurare il suo presidente in difficoltà e in crisi nei sondaggi. Ancora nel caso delle nostre banche in crisi la copertura mediatica, con relativa attenzione ai presunti eterni vizi italici, non è mai mancata. Invece sulla crisi decennale della Deutsche Bank, tutto tace. Perfino la notizia degli ultimi giorni, secondo la quale con tutta probabilità arriveranno i commissari UE a mettere ordine ai bilanci della banca genovese Carige, ha trovato maggior risalto.

E’ un vero peccato che la crisi della banca simbolo del nuovo “miracolo economico tedesco” non susciti altrettanta attenzione da parte dei giornalisti nostrani, come il bravo Travaglio, che invece non perdono tempo ad analizzare i vari scandali nazionali. Stiamo comunque sempre parlando di quella medesima Deutsche Bank che secondo un’inchiesta della procura pugliese di Trani, ricordata dalla rubrica Gli occhi della guerra del Giornale online, fra dicembre 2010 e luglio 2011 avrebbe attuato una speculazione in grande stile, liberandosi dell’88 per cento dei titoli pubblici italiani, salvo ricomprarne una parte dopo, quando il loro valore era sceso, ed è per questo indagata per manipolazione del mercato. Quel che è certo è che il 2019 si annuncia un anno a dir poco complesso per il governo Merkel, alle prese con diverse grane. Prima tra tutte il salvataggio della sua big bank, il cui precario stato di salute tremar il mondo fa.

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