Il trasloco di Soros a Berlino 1/2

Da diverse settimane la Germania governativa sta entrando in fibrillazione per l’esito delle fatidiche elezioni regionali bavaresi. Per chi infatti non lo sapesse, in queste ore gli elettori bavaresi si stanno recando alle urne per rinnovare il parlamento locale. Tutti i sondaggi ufficiali darebbero per certo lo storico crollo del partito gemello della CDU nazionale – la CSU bavarese – che per la prima volta nella sua storia non raggiungerebbe la maggioranza assoluta che gli consentirebbe di governare senza dover ricorrere ad una coalizione con uno o più partiti. L’Afd dovrebbe entrare per certo in parlamento con una percentuale a due cifre, così come un altro partito di destra denominato Freie Wähler, mentre i verdi dovrebbero affermarsi come il secondo partito in Baviera doppiando i precedenti consensi. Tuttavia vorrei sospendere il mio giudizio sulle elezioni fine-di-mondo bavaresi, al fine invece di analizzare eventi ben più significativi che stanno interessando la capitale Berlino.

Quando diversi mesi fa lessi dell’intenzione del magnate ungherese-americano (in verità cittadino cosmopolita per chi vuole intendere) George Soros di trasferire la sede della sua organizzazione “umanitaria” Open Society da Budapest a Berlino, pensai che i guai per la Germania sarebbero iniziati appena ora. Sul miliardario speculatore esiste una cosiddetta narrazione alternativa su Internet che non conosce limiti e che tocca svariati temi che i media ufficiali filo-governativi non esiterebbero a marchiare seduta stante con l’infame bollo di complottismo o addirittura di antisemitismo. Io mi limito a riportare alcuni tra gli innumerevoli fatti su di lui che reputo i più interessanti. Come quello che lo vide nel 1992, anno di Tangentopoli e delle stragi ufficialmente mafiose in Italia, come il regista principale della miliardaria speculazione che costrinse la Gran Bretagna ed il nostro paese ad uscire dal Sistema Monetario Europeo (SME) a causa dell’eccessiva svalutazione delle rispettive monete nazionali, e che al tempo stesso gli consentì lautissimi guadagni. Facendo un veloce salto temporale fino ai giorni odierni, vediamo il Nostro venire cacciato (come vedremo, non sarà nè la prima nè l’ultima volta) da un paese a moneta sovrana. Parliamo ovviamente della Russia, appena reduce dalla più grave crisi economica dai tempi della guerra civile degli anni ’20, che agli albori del Terzo Millennio vide l’esordio di un giovane ed oscuro Presidente dal nome di Vladimir Putin.

Le accuse ufficiali, che giustificarono la cacciata, furono di aver corrotto la popolazione, in special modo quella giovanile, mediante un’abile propaganda televisiva a favore dei fantomatici valori occidentali, come l’omosessualità aperta e la pornografia spacciata in tutte le reti nazionali dopo decenni di “perfida” dittatura comunista. In verità i veri motivi furono legati al rifiuto del nuovo Presidente russo di accettare nuovi prestiti da parte del Fondo Monetario Internazionale (FMI) dopo che per tutti gli anni ’90 la prestigiosa organizzazione internazionale, che anni dopo avrebbe salvato distruggendole le economie argentina e greca, aveva in pratica guidato la politica economica dell’alcoolizzato cronico Eltsin attraverso propri consiglieri all’interno del gabinetto governativo. La decisione di sganciarsi dal FMI scatenò le ire di Soros, il quale vide interrotti i suoi propositi speculativi. La sua risposta, sempre indiretta beninteso, dura ancora fino ai giorni nostri ed è consistita in una propaganda anti-russa che ha coinvolto tutti i liberi media occidentali, compresi i nostri che tuttavia non raggiungono la malafede di quelli tedeschi, che di volta in volta hanno descritto la Russia come un gulag per gli omosessuali, come un santuario per le organizzazioni mafiose, come un paese dove ogni fine settimana si uccide un giornalista (meglio se donna), per non parlare della continua opera di diffamazione nei confronti di Putin, che ha avuto il vero torto di volersi sganciare dal FMI filoamericano e dalle sue miracolose ricette, senza contare il rifiuto di collaborare con le guerre umanitarie portate avanti dall’alleanza atlantica, conosciuta dal grande pubblico come NATO. A sì, dimenticavo: dopo che Soros e le sue ONG erano state cacciate, la Russia da quasi failed state negli anni ’90 ha conosciuto una repentina crescita economica che, sebbene le gravi differenze di reddito interne e le sanzioni occidentali post Crimea 2014, non si è mai veramente fermata.

Un altro paese, questa volta totalmente europeo e ben più piccolo della Russia, che ha deciso di dare il benservito a Soros è stato l’Ungheria di Viktor Orban. L’aspetto curioso su quest’ultimo uomo politico, che pochi conoscono, è che all’indomani della fine del socialismo reale anche in Ungheria egli aveva frequentato delle scuole di formazione politica finanziate e fortemente volute proprio da George Soros. All’epoca, parliamo sempre degli anni ’90, Orban faceva ancora parte del partito socialdemocratico, mentre qualche anno dopo sarebbe stato uno dei più rilevanti esponenti del conservatorismo europeo. Ebbene cos’ha combinato il Primo Ministro ungherese di così atroce? Anch’egli ha deciso quest’anno di chiedere al magnate, tra le varie cose nato a Budapest, di fare le valigie al più presto poichè persona non grata. Il motivo? Innanzitutto le critiche che la sua ed altre organizzazioni non governative (ONG) avevano operato senza soluzione di continuità contro la decisione del governo ungherese di chiudere le proprie frontiere anche attraverso l’erezione di un reticolato in filo spinato lungo il confine con la Serbia, al fine di fermare l’immigrazione clandestina proveniente dalla Siria e che si era snodata dalla Turchia in poi lungo i vari paesi balcanici. A questo punto urge una premessa cronologica, che ci permetterà poi di collegarci alla situazione odierna in Germania. Nella focosa estate del 2015 la stazione centrale di Budapest venne invasa da decine di migliaia di giovani uomini siriani, per lo più musulmani, i quali, nonostante fuggissero da una guerra civile e avessero attraversato a piedi migliaia di chilometri, dimostravano un’energia anomala anche per la loro giovane età. Infatti sbraitavano, si muovevano nervosamente come se cercassero qualcosa, alzavano le braccia al cielo, scandivano slogan e soprattutto occuparono i vagoni dei treni diretti verso la Germania. Detto altrimenti, le telecamere e gli ignari cittadini ungheresi stavano assistendo ad un vero spartiacque nella politica europea, le cui negative conseguenze sono sotto gli occhi di tutti oggi. La Cancelliera Merkel, con l’appoggio di tutti i partiti presenti al Bundestag pur con eccezioni e riserve di qualche deputato ribelle, decise di aprire le porte del paese ad un milione (senza contare gli obbligatori per legge ricongiungimenti familiari) di cosiddetti profughi siriani. Tuttavia il numero esatto non venne mai conteggiato con precisione, dal momento che ben presto le autorità tedesche, nonostante il tipico entusiasmo idealistico teutonico spesso non seguito da posteriori analisi razionali, si accorsero di non essere adeguate a gestire un flusso così ingente di persone arrivate da un giorno all’altro sul loro territorio; inoltre molti di questi migranti, di cui non pochi minorenni, decisero di darsi alla macchia gettando i propri documenti per non farsi riconoscere dalla Polizei e fuggendo ancora di più verso nord, per esempio in Svezia e Gran Bretagna.

Ad una decisione del tutto unilaterale del governo Merkel di accogliere un milione di siriani, cruciale decisione presa ricordiamolo senza consultare minimamente i paesi confinanti e gli altri partner europei, la maggior parte dell’opinione pubblica ungherese approvò la linea dura del governo Orban consistente nel sigillare i propri confini per evitare ulteriori “invasioni“. A dar man forte a questa tendenza di chiusura furono anche i tristemente noti fatti di Colonia del Capodanno del 2016, durante i quali migliaia di donne vennero molestate da migranti appena sbarcati grazie all’editto merkeliano. In verità gli episodi di violenza non si limitarono a Colonia bensì interessarono tutte le maggiori città  tedesche. Lo scandalo si ingigantì anche per il silenzio omertoso che tutti i media tedeschi dedicarono alla vicenda; solo dopo che la polizia venne inondata di denunce e dopo che le prime donne decisero di scendere in piazza a protestare, furono costretti a parlarne. La decisione di Orban di sigillare le frontiere venne subito criticata dalla maggiore organizzazione fondata da Soros, ovvero l’Open Society che dopo la cacciata da una Mosca ripulita degli elementi più filo-occidentali venne trasferita proprio a Budapest. Nonostante la decisione del governo ungherese di chiudere e controllare i confini esterni dell’Unione Europea con un paese terzo come la Serbia fosse legittima secondo il medesimo Trattato di Schengen, i media occidentali iniziarono a descrivere l’Ungheria come un paese illiberale e parafascista. Il braccio di ferro è durato anni finchè lo stesso Soros non ha deciso qualche mese fa di traslocare baracca e burattini, come si suol dire, da Budapest a Berlino.

Altro piccolo particolare che fa pendant con quanto successo in Russia qualche anno prima: anche il governo ungherese aveva deciso di sbattere la porta in faccia al FMI, chiudendo il programma di aiuti generosamente elargito dal Fondo e riuscendo a trovare il supporto del mercato con ripetute emissione di bond in dollari. Inoltre il governo del nuovo Hitler di turno, secondo le definizioni di tutti i nostri indipendenti organi di informazione, a suo modo ha portato il Paese fuori dalla crisi: l’economia ungherese – secondo le previsioni della stessa Commissione europea – già  nel 2016 era cresciuta del 2,5% dopo essere cresciuta del 2,9% nell’anno precedente; il deficit pubblico è stato riportato sotto la soglia definita dai parametri di Bruxelles; il debito pubblico è in calo intorno al 74% del Pil. Per quest’anno invece lo stesso Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al rialzo le previsioni sulla crescita del PIL ungherese, portandole al 4,3% dal precedente 3,4%, mentre per la disoccupazione il FMI proietta un calo al 3,8% che potrebbe prolungarsi verso un 3,5% nel 2019. A novembre il Fondo aveva dato la disoccupazione 2018 al 4,3%. Svelo un piccolo trucco: non sono stato io, non essendo un economista, ad aver riportato questi dati macroeconomici, che in Italia sarebbero da sogno, bensì il Sole24ore già nel 2016 e l’ITL group. Non ho fatto altro che copiare di pari passo le frasi riportanti i dati in questione. Un altro motivo di frizione tra il governo ungherese ed il resto d’Europa, che ha nel frattempo appoggiato le attività umanitarie o presunte tali dell’Open Society a Budapest, è stata la decisione presa nel 2013 di porre sotto controllo governativo la propria Banca Centrale, in modo tale da stampare moneta sovrana e dare maggiore spinta all’economia nazionale in tempi di crisi come l’attuale che stiamo ancora vivendo. Questa decisione, sovversiva secondo i canoni della Commissione Europea ergo subito condannata con la solita isteria neoliberistica sempre dal Sole24ore, ha scatenato il vero scontro sotterraneo tra poteri a cui ha partecipato anche Soros, distogliendo l’attenzione dell’opinione pubblica europea su fumosi temi civili.

Facendo un breve riassunto su quanto scritto finora sul tema dei rapporti tra governi certamente autoritari ma al tempo stesso sovrani e l’universo sorosiano, possiamo notare alcune linee comuni che consistono nella crescita economica di tutti quei paesi che hanno deciso di riprendersi la propria sovranità economica e monetaria distaccandosi nettamente dalle politiche del Fondo Monetario Internazionale controllato ed egemonizzato dagli occidentali. In secondo luogo entrambi i paesi, che hanno cacciato le società aperte di Soros, dopo decenni di tentativi di distruzione della propria cultura da parte dei regimi comunisti, hanno deciso in maniera del tutto legittima, visto anche l’appoggio popolare alle urne, di ridare nuova importanza alla propria identità nazionale sia bloccando l’immigrazione clandestina proveniente soprattutto da paesi islamici sia incentivando le nuove nascite, che guarda caso in entrambi i paesi (oltre che in Polonia, altro paese sotto tiro dall’UE) sopra descritti hanno conosciuto un boom. Per aver osato scagliarsi contro le politiche occidentali di multiculturalismo e di finanziarizzazione selvaggia, che come tutti voi saprete hanno conosciuto un grande successo nelle nostre società, la Russia e l’Ungheria hanno subito fino ai giorni nostri un processo di demonizzazione mediatica dal lato esterno. Ed è questo in definitiva il terzo punto in comune per quei paesi che hanno deciso di andare allo scontro diretto con il miliardario speculatore. Invece per quanto concerne il lato interno, le ONG di Soros hanno organizzato manifestazioni e perfino scontri di piazza per mettere in difficoltà e screditare l’inevitabile azione repressiva dei governi, facendoli passare per fascisti. Inoltre sempre Soros e le proprie organizzazioni marionette non hanno mai cessato di finanziare ulteriori associazioni che facilitavano l’ingresso illegale di migliaia di clandestini, futuro esercito di riserva a basso costo, oltre che denunciare le presunte condizioni discriminatorie degli omosessuali con l’approvazione dei movimenti di sinistra nostrani. Pensiamo solo per esempio a tutte le navi, appartenenti alle suddette ONG, che negli ultimi anni hanno sbarcato centinaia di migliaia di africani sulle coste italiane.

Tutto questo (per ora) è finito in quei due paesi, anche se la battaglia è appena iniziata. Come tutti voi infatti avrete letto, recentemente il Parlamento Europeo ha approvato a maggioranza le sanzioni contro l’Ungheria di Orban con la scusa del mancato rispetto dello stato di diritto, colpevole in realtà  come già  visto di aver nazionalizzato la Banca Centrale Ungherese, di aver difeso in maniera legittima perfino secondo Schengen i confini esterni dell’UE con la Serbia e soprattutto di aver dato un taglio alle azioni sovversive delle organizzazioni di Soros. Il Parlamento Europeo, l’unico organo parlamentare al mondo che non ha pieni poteri legislativi visto che necessita del consenso della Commissione Europea o del Consiglio a seconda della procedura per l’approvazione di un atto, ha obbedito ad una richiesta del finanziere che già l’anno scorso durante il Brussels Economic Forum chiese all’Unione Europea di mantenere la Polonia e l’Ungheria sotto controllo democratico (democratic check). Detto e fatto, anche perchè bisognava vendicare in qualche modo prima la chiusura della sua Università a Budapest e poi la cacciata di quest’ultimo dall’Ungheria, suo paese natale.

L’aspetto paradossale è che, secondo i canoni (assolutamente non scientifici nda) della Commissione Europea a proposito del fantomatico rapporto deficit/pil e controllo del debito pubblico, l’Ungheria verrebbe considerata come un paese modello, senza dimenticare che nel corso degli anni ha ridotto la disoccupazione a livelli minimi. E stiamo parlando di un paese che non ha il privilegio, a noi invece riservato, di dotarsi dell’Euro. Eppure bisogna sottostare alle direttive principali del nuovo impero liquido moderno, che consistono nel precarizzare le società attraverso iniezioni dosate di milioni di schiavi disposti a lavorare per molto meno dei nativi e nel distruggere le proprie tradizioni nazionali attraverso l’imposizione dei veri valori occidentali come l’omosessualità e le droghe libere per tutti. Tuttavia gli ungheresi e i russi sono popoli abituati a combattere e a difendere le loro patrie da secoli. Nel 1956 i giovani ungheresi si immolarono per difendere la loro libertà anche se un nostro Presidente Emerito della Repubblica, all’epoca comunista, elogiò l’intervento dei carri armati sovietici che, a suo modo di vedere, difesero la pace mondiale. Va da sè che lo stesso personaggio pubblico è stato negli ultimi anni fedele servitore del sogno europeista, che ci ha imposto governi tecnici o comunque non eletti da nessuno. In quel caso non vennero osservate sanzioni, che invece sono dedicate a governi sovrani eletti dalla maggioranza del popolo, come appunto quello ungherese e russo. In termini di rapporti confidenziali con il magnate Soros, come non ricordare poi il cordiale colloquio privato avvenuto a Palazzo Chigi lo scorso anno tra l’ultimo Presidente del Consiglio italiano, rigorosamente europeista e ca va sans dire non eletto alle urne, ed il finanziere proprio nel momento in cui il governo, fino a quel momento a priori accogliente verso i migranti, aveva deciso di ridurre gli sbarchi per timore di una debacle elettorale, che poi ci fu lo stesso. La stampa italiana non fece in quel caso grandi pressioni per conoscere i contenuti della chiaccherata a quattr’occhi ma riteniamo che essa fu volta a tranquillizzare il filantropo sul rispetto da offrire sempre e comunque alle sue varie ONG, in primis Open Arms che, per la gioia di altri cittadini cosmopoliti come i nostri Saviano e Lerner, hanno continuato a salvare vite africane nel Mediterraneo.

Senza neanche farlo apposta, qualche giorno fa un altro ex Presidente del Consiglio italiano durante una popolare trasmissione televisiva ha confessato come nel 2011, per la precisione qualche giorno dopo fa la sua nomina a capo del governo da parte del Presidente Emerito visto sopra, avesse ricevuto una telefonata da parte di Soros. Quest’ultimo confessò all’eminente Professore bocconiano, da anni nella Commissione Europea e di fatto nominato da quest’ultima come curatore fallimentare dell’Italia, le sue gravi preoccupazioni sul rischio che il nostro paese venisse commissariato dalla Trojka e dal Fondo Monetario Internazionale. Ipse dixit, verrebbe da dire, che dimostrerebbe come le cosiddette teorie complottistiche nascondono un fondo di verità. Interessante l’aggiunta dell’ex Presidente del Consiglio europeista, ora Senatore a vita nominato sempre dal Presidente Emerito accennato sopra, che a telecamere aperte ha dichiarato quell’ ora lo posso dire“, rivelando implicitamente come per anni avesse dovuto omettere quelle inconfessabili intromissioni da parte di un uomo di punta della finanza internazionale. E’ altrettanto implicito come codesto ex capo di governo, benedetto da Soros e convintamente fautore di una maggiore integrazione europea, non sia mai stato eletto tramite consultazioni popolari; anzi nel 2013 si era presentato alle urne con una lista civica che aveva ottenuto un risultato deludente, pur riuscendo ad entrare in Parlamento. Sarebbe ridondante ricordarlo, ma lo facciamo comunque, come il suo governo europeista abbia fatto aumentare il debito pubblico dello Stato così come lo spauracchio terroristico dello spread, costretto centinaia di migliaia di italiani (l’anno) tra cui il sottoscritto ad emigrare, distrutto sempre secondo le parole stesse dell’ex premier la domanda interna, fatto crollare la produzione industriale ma, nonostante i timori di Soros, ci abbia salvato – Deo gratias! dal Fmi e dal fallimento certo.

Recentemente si è verificato un peggioramento in peius, se non altro in termini di public relations, con l’attuale governo non appena Soros durante una conferenza estiva in Trentino si era dimostrato preoccupato per la vicinanza della Lega di Salvini con l’onnipresente Russia di Putin, il vero arci-nemico dell’Occidente. Come un esperto direttore che guida un’orchestra che stravede per lui, tutti i media italiani (con poche eccezioni) e pressochè tutta la stampa internazionale si sono scagliati come un sol uomo contro il nuovo governo italiano, reo di minacciare la tenuta dell’Unione Europea con le proprie politiche economiche espansive, prontamente bloccate dalla Commissione Europea tecnocratica non eletta da nessuno (come il Politburo sovietico), e colpevole di mettere in pericolo l’esistenza stessa dell’Euro, in verità  un neo marco mascherato che ha avvantaggiato soprattutto la Germania in termini di export record. Mi ricordo per esempio come fosse ieri una simpatica copertina dello Spiegel raffigurante un cappio fatto di spaghetti su una forchetta; forse si riferiva a tutti quegli imprenditori falliti o a quei giovani disoccupati italiani che dal 2011 si erano tolti la vita per disperazione. Chi lo sa.

Comunque sia, la patata bollente ora passa alla Germania del sempre più fragile governo Merkel

(…continua)

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